1917 2017 le inutili stragi

Il rancio è pronto, dove sono gli altri?

Abbiamo ricevuto il cambio ieri e ora siamo a riposo, nove chilometri dietro il fronte. Abbiamo la pancia piena di fagioli bianchi con carne di manzo, e ci sentiamo sazi e soddisfatti. Persino a cena ciascuno di noi ha potuto riempire la gavetta due volte, con anche doppia porzione di salsiccia e di pane. Davvero ottimo. Era tanto che non succedeva una cosa simile. Il cuciniere con la sua testa rossa come un pomodoro offre il cibo senza che nessuno glielo debba chiedere: a chiunque gli passi vicino fa un cenno sollevando il mestolo e, con un colpo ben assestato, gli riempie la gavetta. È stupito perché non sa come vuotare quella sorta di cannone pieno di gulasch. Tjaden e Müller hanno scovato delle bacinelle e se le sono fatte riempire fino all’orlo per tenerle di riserva. Tjaden è un ingordo, Müller previdente. Dove Tjaden metta tutto il cibo che ingurgita è un mistero; era e rimane magro come un’acciuga.

Ma il regalo più grosso è stato la doppia razione di tabacco. Dieci sigari, venti sigarette e due pacchetti di tabacco da masticare per ciascuno; ben più che sufficiente. Ho scambiato il mio tabacco da masticare con le sigarette di Katczinsky: ora ho quaranta sigarette, che mi bastano per un’intera giornata.

In realtà questo ben di Dio non spetterebbe tutto a noi. I prussiani non sono tanto generosi. Lo dobbiamo a un errore. Due settimane fa abbiamo dato il cambio in prima linea. Nel nostro settore la situazione era piuttosto tranquilla e il furiere ha quindi ricevuto per il giorno del nostro rientro la normale quantità di viveri più le provviste per una compagnia forte di centocinquanta uomini. Ma proprio l’ultimo giorno siamo stati bersagliati da un’enorme quantità di colpi dai grossi calibri e da una pioggia di grosse schegge – l’artiglieria inglese ha tambureggiato senza sosta sulla nostra posizione – e così abbiamo perso molti uomini e solo ottanta di noi sono ritornati nelle retrovie.

Siamo arrivati di notte e ci siamo buttati subito a dormire: finalmente un sonno come si deve. Katczinsky ha ragione: la guerra non sarebbe poi tanto brutta, se solamente si potesse dormire un po’ di più. In prima linea non c’è niente da fare, e ogni volta due settimane di veglia sono lunghe.

Era già mezzogiorno quando i primi di noi si sono trascinati fuori dalle baracche. Mezz’ora più tardi avevamo tutti la nostra gavetta in mano ed eravamo radunati davanti al pentolone di gulasch, che odorava di grasso e sano nutrimento. I primi della fila erano, naturalmente, i più affamati: il piccolo Albert Kropp, che di noi è il più intelligente e perciò è soltanto appuntato; Müller, che si tira ancora dietro i libri di scuola: sogna gli esami in una sessione d’emergenza e sotto il fuoco tambureggiante biascica definizioni di fisica; Leer, barbuto e con una predilezione per le ragazze dei bordelli riservati agli ufficiali, le quali giura che, per ordine del comando, sono obbligate a indossare camicie di seta e a fare il bagno ogni volta che ricevono un cliente con il grado da capitano in su; e per quarto io, Paul Bäumer. Tutti di diciannove anni, tutti partiti dalla stessa aula di scuola per andare in guerra.

Subito dietro, i nostri amici. Tjaden, fabbro, magro, nostro coetaneo, il più vorace divoratore della compagnia. Si siede a mangiare magro e si alza gonfio come una cimice gravida; Haie Westhus, stessa età, scavatore di torba, che può in tutta comodità chiudere una pagnotta nel pugno e chiederci: «Che cosa ho in mano?»; Detering, un contadino che pensa sempre alla sua cascina e a sua moglie; e infine Stanislaus Katczinsky, il capo della nostra squadra, tenace, furbo, scaltro, quarantenne, volto duro, occhi azzurri, spalle basse e un fiuto incredibile per il buon cibo, le buone buche dove ripararsi e le situazioni in cui tira una brutta aria.

La nostra squadra era in testa alla coda che si era formata davanti al pentolone. Abbiamo però perso la pazienza, perché quell’idiota del cuciniere se ne stava ancora lì ad aspettare.

Alla fine Katczinsky gli ha gridato: «Muoviti e apri un po’ la tua bettola. Credi che non vediamo che i fagioli sono cotti?»

Ma quello ha scosso sbadigliando la testa: «Prima dovete esserci tutti».

Tjaden ha ridacchiato: «Ci siamo tutti, accidenti a te!»

Il caporale continuava a non capire. «Vi piacerebbe, eh? Dove sono gli altri?»

«A quelli oggi non devi dare da mangiare tu: ospedale da campo e fossa comune».

Quando ha saputo cos’era successo, il cuciniere è rimasto di sasso. «E io che ho cucinato per centocinquanta uomini!» Kropp gli ha dato una gomitata alle costole: «Finalmente mangeremo abbastanza da sentirci sazi. Su, comincia!».


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