E se le leggi le facessero le donne

Una leadership femminile per prendersi cura del pianeta

Nell’era della globalizzazione, si parla ancora troppo poco di “global home”: questo pianeta è uno, connesso, e sull’orlo del disastro. Emissioni, rifiuti, cambi climatici, distruzione della biodiverstà ed esaurimento delle risorse sono problemi di portata globale, che non hanno frontiere e, in un momento in cui bisognerebbe agire rapidamente, sarebbe necessario cominciare a riflettere in termini di umanità intera, di specie umana che rischia la disparizione. Oggi siamo a un livello in cui questo concetto è ancora sottovalutato e, inoltre, l’idea abituale di risolvere un problema alla volta, si sta rivelando avere un impatto negativo su tutti gli altri. Quello che serve sono soluzioni diverse, un diverso modo di pensare e di affrontare i problemi, che trovi delle soluzioni trasversali e di ampio respiro che tengano in conto di tutti gli elementi e che mitighino tutti i rischi allo stesso tempo, globalmente.

C’è chi sostiene che se siamo arrivati fin qui è colpa degli uomini, non delle donne, del loro modo di pensare e agire. Certo, storicamente sono gli uomini ad aver diretto l’umanità nei secoli e, quindi, le donne, essendo rimaste ai margini della sfera decisionale, hanno avuto un impatto minore. Ma non è solo questo, si tratta soprattutto di un modo di pensare e agire di uomini e donne che ha un impatto diverso su ciò che ci circonda. La storia e la scienza mostrano che gli uomini preferiscono un’azione immediata, diretta, vigorosa, meccanica; sono dei “risk-takers” e tendono ad accentuare il lato competitivo della personalità umana. Il pensiero maschile tende a valutare più il valore immediato che le conseguenze. Le donne, al contrario, hanno una mentalità più legata a quello che lasciano in eredità, guardano più lontano. Inoltre hanno uno spirito collaborativo e aperto, cercando spesso soluzioni cooperative. Ovviamente questa non è una regola assoluta, ci sono sia uomini che donne che abbracciano l’altra sfera di pensiero o sono posizionati lungo tutto lo spettro, ma è la tendenza generale.

Per generazioni, le pragmatiche soluzioni maschili (macchinari, armi, prodotti chimici, trasporti) hanno dato rapide e pratiche risposte ai bisogni della società, permettendone la sopravvivenza, la crescita e il successo. Ma questo predominio ha funzionato finché la popolazione globale era ridotta e le nostre domande sulle risorse relativamente modeste. Gli uomini sono stati leader dei maggiori traguardi del passato. Ora tutto è diverso. Per sopravvivere al 21° secolo, che arriverà a contare 10 miliardi di persone pressate in un pianeta surriscaldato e in cui tutti i sistemi e risorse sono stressati, abbiamo bisogno di una nuova forma di leadership, che prenda in conto una visione più a lungo termine, mitighi i rischi, protegga, collabori e si prenda cura più attentamente del presente per la posterità e il pianeta da cui dipende.

I cambi climatici, la parità di genere e uno sviluppo sostenibile sono altamente interconnessi: Anita Wolley e Thomas Malone, in uno studio del 2011 pubblicato sull’Harvard Business Review, mostrano che l’intelligenza collettiva di un gruppo di persone non è correlata all’IQ dei singoli individui che la compongono e che più donne fanno parte del gruppo, più l’intelligenza collettiva aumenta, e non è solo una questione di incrementata diversità del gruppo, i dati mostrano che più donne ci sono e meglio è. In generale, le donne tendono ad avere punteggi più alti nei test di sensibilità sociale rispetto agli uomini, quindi quello che conta sarebbe selezionare persone con un’alta sensibilità sociale, indipendentemente dal sesso. Non è un caso che la Svezia, uno dei paesi con i più alti tassi di parità di genere a tutti i livelli, sia anche un paese che ha una cultura politica intrinsecamente protettiva dell’ambiente.

Il progetto di cui faccio parte, Homeward Bound, nasce proprio dall’idea che con una leadership femminile più importante e presente nelle organizzazioni a livello globale, le decisioni prese sarebbero più rappresentative di tutta la popolazione, e non solo di una parte. Le donne del resto sono la metà dell’umanità e tenerle fuori significa escludere la metà delle competenze e della sensibilità. La convinzione di fondo è che questa leadership sarebbe più diretta al bene comune, e avrebbe un’attenzione maggiore al concetto di “global home” da rispettare e preservare.


[Numero: 86]