E se le leggi le facessero le donne

Nel Ruanda post-genocidio, un Paese governato dalle donne

Una cooperativa che produce caffè gestita da sole donne a Nyaruguru, Ruanda (Foto: Eléonore Hamelin)

Il paese con più donne al governo al mondo ha un’estensione di quasi trentamila chilometri quadrati e poco più di undici milioni di abitanti. È il paese delle mille colline. Le sue rive sono bagnate dal Lago Kivu, e al di là dell’acqua c’è la Repubblica Democratica del Congo. Chi avrebbe mai detto che il campione dell’emancipazione femminile fosse proprio il Ruanda, nel cuore dell’Africa?

Questa piccola nazione — piccola, sì, ma con la più alta densità di popolazione del continente — è stato il primo paese al mondo ad avere un parlamento a maggioranza femminile (seguito poi solamente dalla Bolivia), e ha ora il numero più alto di donne in parlamento e in altri organi di governo, secondo le stime della Banca Mondiale e dell’Unione Interparlamentare. Nella stessa classifica, l’Italia è al 42esimo posto, e gli Stati Uniti al 104esimo. Un dato sorprendente, se si pensa che la parola Ruanda per anni è stata praticamente sinonimo di genocidio, dopo il massacro di più di 800mila dei suoi cittadini, la maggior parte dei quali erano appartenenti alla minoranza etnica Tutsi, tra l’aprile e il luglio del 1994.

Questa piccola nazione — piccola, sì, ma con la più alta densità di popolazione del continente — è stato il primo paese al mondo ad avere un parlamento a maggioranza femminile (seguito poi solamente dalla Bolivia), e ha ora il numero più alto di donne in parlamento e in altri organi di governo, secondo le stime della Banca Mondiale e dell’Unione Interparlamentare. Nella stessa classifica, l’Italia è al 42esimo posto, e gli Stati Uniti al 104esimo.

Molte delle ferite causate da quel capitolo di storia non si sono ancora rimarginate — per esempio, il fatto che più di 500mila donne siano state vittime di violenze sessuali in quel periodo, essendo lo stupro una delle più comuni armi di guerra. I figli nati da quelle violenze, come ricorda un recente articolo del Washington Post, sono a tutt’oggi largamente discriminati. Eppure, come dimostrano le statistiche, il Ruanda ha già fatto enormi progressi per ribaltare la propria sorte, partendo proprio dai fantasmi del passato: all’indomani del genocidio, le donne costituivano il 70% della popolazione sopravvissuta. Dovevano essere loro a costruire il futuro.

«Tutto era caos, non c’era speranza» ha raccontato il sindaco del distretto di Nyaruguru, una delle zone che avevano subito più perdite durante il genocidio, durante un’intervista nell’estate del 2016. «È stato molto difficile per il governo fare capire ai propri cittadini che dovevano ricominciare a vivere, a lavorare. Tornare a essere membri produttivi della società».

A Nyaruguru, come nel resto del paese, le donne avevano perso mariti e figli durante la guerra, trovandosi a dover provvedere alle loro famiglie e a ricostruire interi villaggi. Ora, le dolci colline che caratterizzano il paesaggio della zona sono punteggiate da cooperative di caffè, dove lavorano quasi esclusivamente donne. Sono state loro ad averle fondate, e a gestirle sin dall’inizio.

Questa è stata una diretta conseguenza di uno dei primi provvedimenti presi dal Fronte Patriottico del Ruanda — fazione emersa vincitrice dalla guerra e al tempo non ancora partito di governo, — che nel 1998 propose una legge sull’eredità, per permettere alle donne di avere gli stessi diritti degli uomini e poter mantenere la proprietà dei loro beni anche dopo essersi sposate. Per molte donne, soprattutto nelle zone rurali, fu una specie di rivoluzione: dopo la morte dei mariti in guerra, la terra spettava a loro — che prima non avevano nemmeno diritto a un reddito. Un primo passo verso l’uguaglianza di genere.

Nelle cooperative di caffè oggi lavorano quasi esclusivamente donne. Sono state loro ad averle fondate, e a gestirle sin dall’inizio. Il Fronte Patriottico del Ruanda nel 1998 propose una legge sull’eredità, per permettere alle donne di mantenere la proprietà dei loro beni anche dopo essersi sposate. Per molte donne, soprattutto nelle zone rurali, fu una specie di rivoluzione: dopo la morte dei mariti in guerra, la terra spettava a loro — che prima non avevano nemmeno diritto a un reddito.

Da lì, gli sforzi del governo del FPR guidato da Paul Kagame — presidente attualmente in carica, ora al suo secondo mandato e ampiamente favorito nella corsa alle elezioni del prossimo 4 agosto — sono stati mirati non solo a includere le donne in tutte le aree della società, ma a promuoverne l’emancipazione, con risultati straordinari: nell’imprenditoria, nell’educazione — raggiungendo l’uguaglianza di genere nell’istruzione primaria e secondaria — e ancora più visibilmente in politica.

Nella nuova costituzione, approvata con un referendum nel 2003, per la prima volta erano previste delle quote rosa: il 30% dei seggi del parlamento, e di qualsiasi altro ufficio governativo, doveva essere destinato alle donne. Il provvedimento è stato fondamentale perché ha validato un cambiamento già avvenuto nella società, ovvero il fatto che le donne fossero la maggioranza dei capifamiglia e di conseguenza fossero loro a prendere le decisioni più importanti. Soprattutto però, ne ha legittimato il potere e la presenza ai vertici, in una società profondamente patriarcale per tradizione.

Con il tempo, le quote sono esplose: nomi di donne hanno cominciato a primeggiare in quasi tutte liste elettorali dei partiti, facendo sì che anche quelli che prendevano meno voti dovessero poi assegnare l’unico posto ottenuto in parlamento alla candidata capolista. Il 30% previsto si è trasformato nell’attuale 64% e il Ruanda è diventato un primato, in Africa e nel mondo. Anche se molti esperti hanno obiettato che la presenza di donne parlamento difficilmente porti a un miglioramento delle condizioni della donna a tutti i livelli della società.

«È davvero raro che si mobilitino intorno a temi cari alle donne» scrive Jennie Burnet, Professore Associato e Direttore Associato dell’Istituto di Studi Globali dell’Università della Georgia ed esperta di relazioni di genere in Ruanda. «In alcuni casi, hanno addirittura votato in favore di legislazioni che ne diminuivano la protezione o che andavano contro i loro interessi».

Uno dei pochi esempi positivi risale alla legge sulla violenza di genere del 2007, estremamente all’avanguardia rispetto al resto dell’Africa Subsahariana; è stata la prima legge formulata e proposta direttamente in parlamento nella storia del paese, passata grazie alla partecipazione di tutto lo spettro politico femminile. Altri sono quello della legge contro lo stupro coniugale, criminalizzato nel 2009, e di un ampliamento della legge sull’accesso all’aborto nel 2012, parte di uno sforzo più ampio nel ridurre la mortalità infantile.

Molti hanno obiettato che la presenza di donne parlamento difficilmente porti a un miglioramento delle condizioni della donna. «È davvero raro che si mobilitino intorno a temi cari alle donne. In alcuni casi, hanno addirittura votato in favore di legislazioni che ne diminuivano la protezione o che andavano contro i loro interessi».

Secondo la ricerca di Burnet e di altri accademici però, le parlamentari donne in Ruanda tendono a votare seguendo la linea di partito o i propri interessi, non secondo quelli delle donne. Pamela Abbott, Professore Onorario all’Università di Aberdeen e altra esperta di genere in Ruanda, ritiene che un grande ostacolo sia la mancanza di donne con una capacità di leadership nella società civile.

«Molte donne erano attive negli anni dopo il genocidio e fino all’accordo sulla costituzione del 2003 - spiega Abbott - ma quell’energia è stata poi risucchiata dall’apparato governativo, una volta che queste sono state elette in parlamento o in altri organi statali».

La parità di genere arriva dall’alto, anziché rispondere alle richieste dalla società, e questo può far si che temi importanti vengano tralasciati dall’agenda di governo. Allo stesso tempo, come ricorda Burnet, le quote rosa hanno già avuto un’importanza fondamentale — sia a livello simbolico che pratico — nel ribaltare i ruoli precedentemente accettati dalla società ruandese, per esempio portando le donne nella sfera pubblica e rendendole finanziariamente indipendenti dagli uomini. Anche se ciò non si è ancora trasformato in una società migliore per tutte loro.

«Non si può paragonare la promozione delle donne in Ruanda con quella delle donne in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Quello che è successo da noi non è iniziato da un movimento ma dall’esigenza delle donne di tirarsi fuori da una situazione, da una guerra» dice Justine Uvuza, ruandese di nascita e senior gender and land specialist per Landesa, un istituto di sviluppo rurale globale.

Sono passati oltre vent’anni, ma ci vuole ancora tempo per cambiare le regole del gioco, soprattutto quando si tratta di dinamiche di potere — c’è chi la chiama tradizione, chi “mentalità del villaggio”. Bisogna ricordarsi da dove si è partiti. Intanto però, le bambine nate in Ruanda vent’anni fa sono cresciute vedendo un parlamento pieno di donne, e hanno finalmente l’età per votare.

*Giornaliste multimediali, hanno 28 anni e vivono a New York.

Quest’estate saranno in Ruanda per un progetto sull’emancipazione femminile, grazie a un Innovation in Development Reporting Grant dello European Journalism Centre. Per seguire il progetto sui social, hashtag #HERwanda

@caterinaclerici

@leohamelin


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