E se le leggi le facessero le donne

E San Paolo disse: “Quando sono debole, è allora che sono forte”

Non c’è alcun dubbio che le donne e gli uomini dell’Occidente avanzato associno l’idea di potere a una forza più o meno anonima che viene dall’alto. Il pensiero corre oggi ai grandi dispositivi economici e finanziari, alle élite e ai grandi interessi che muovono le trame (invisibili ai più) delle esorbitanti manovre globali. Il potere può tuttavia essere inteso anche in un senso diverso, ossia come ciò che genera un movimento, facendo accadere qualcosa di nuovo. E in un tempo – come il nostro – in cui lo sguardo inesorabile della Medusa pietrifica la vita delle cose e delle persone, si invoca qualcosa o qualcuno capace di interrompere questo processo di indurimento, invertendo per così dire il corso del tempo. Abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa capace di tagliare la testa della Medusa, prima che tutto si faccia di pietra.

Potrebbe apparire ingenuo o persino patetico pensare che l’eroe di questa impresa, che possiede la forza necessaria per contrastare ogni durezza, sia la tenerezza. Eppure, se si ha il coraggio di pensare senza cinismo (che spesso si maschera di ponderato realismo) che un gesto di tenerezza ci ha messi al mondo e un gesto di tenerezza ci ha tenuti in vita, si può anche iniziare a pensare che solo grazie a gesti di tenerezza la vita possa sprigionare la sua vera potenza: rigenerare gli umani e dare vita alle cose. La tenerezza non è una debolezza sentimentale: è affetto penetrante che illumina il mondo, una forza vitale che orienta la resistenza umana nei confronti dell’ottuso e risveglia la passione del vivere intelligente. Insieme.

I nostri corpi e le nostre menti sono infatti centri ad alta densità affettiva: ogni incontro, ogni gesto, ogni parola ne trasforma l’intensità di vita, ha il potere di generare gioia e tristezza, di aprirci al mondo o di farci cadere semplicemente dentro noi stessi, come a peso morto. Ci sono azioni, sguardi e discorsi capaci di spegnere, come una valanga di cenere sopra braci ardenti, la forza vitale di un individuo o di una comunità. La tenerezza sa invece trovare e liberare la brace sotto la cenere, ridando così vita al fuoco. Proprio per questo è rivoluzionaria: contrasta l’uomo-macchina che nasce in laboratorio, programmato secondo un principio di prestazione inflessibile. La tenerezza ha una speciale sensibilità, senza paure e infingimenti, per i segni che provengono dalla fragilità della vita, perché sa guardare e toccare con gentilezza i tratti più vulnerabili e indifesi dell’umano. E lo porta fuori dalla caverna degli imitatori e dei replicanti, oltre ogni potere apparente e oltre ogni identità supposta. La tenerezza ha il potere di modificare il nostro elementare incontro con il mondo. Non per nulla, nella sua lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo ha avuto il coraggio di dire: «Quando sono debole è allora che sono forte»(2 Cor 12,10). Qui si può percepire una sorta di disarmo dell’io, delle sue pretese eccessive e delle sue euforie esauste. Qui si può imparare un atteggiamento di abbandono al mondo, che non ha nulla a che fare con fughe utopistiche o romanticherie svenevoli. Come direbbe Søren Kierkegaard, non è questa una faccenda per smidollati, e nemmeno un’esperienza che si subisce. È come un atto di conoscenza e di presenza, un modo di percepire il mondo, che taglia la testa della Medusa, mettendo così in circolazione una nuova potenza gentile di agire e di sentire.


[Numero: 86]