salvate la generazione sandwich

Ma è tutta colpa dei baby boomer

Figli a carico, genitori a carico. La generazione sandwich è quella che davvero ha costruito lo Stato sociale, ora si sente tradita. Nel portafogli, se non nel cuore.

Il welfare state si è molto irrobustito, da quando i baby boomer hanno raggiunto la maggiore età. L’idea di fare della “solidarietà” un compito dello Stato è precedente. Da principio però si trattava di interventi più modesti: contava l’ambizione paternalistica delle classi colte, ma ancor di più la necessità di gestire il dopoguerra, per evitare che i reduci ingrossassero le fila dei rivoluzionari. A chi per la patria tanto aveva dato, la patria qualcosa doveva rendere.

Non c’era, però, l’impressione di avere a che fare con prestazioni dovute, il linguaggio dei “diritti”, l’idea di spettanze che ci vengono dal semplice fatto d’essere cittadini. Quello è il contributo specifico dei baby boomer: pensatori, politici, elettori.

La promessa, più sussurrata che dichiarata apertamente, era sostituire la famiglia. La famiglia è l’ammortizzatore sociale “naturale”: i genitori si occupano dei figli, che poi si prenderanno cura di loro. È un’istituzione che è sopravvissuta allo scorrere dei millenni. Ma, più ancora che il cambiamento dei costumi, la velocizzazione di trasporti e vita economica l’hanno fatta apparire obsoleta. Le famiglie sono posti talora scomodi, nessuno s’è mai scelto la sua, al loro interno non è sempre facile scoprirsi e realizzare se stessi. Soprattutto, però, sono “posti”. Luoghi che funzionano bene per esseri umani a cui non manca il senso dell’identità, ma difficili da far funzionare quando ci si sparpaglia in giro per il mondo.

Il welfare doveva garantirci tutto il buono della famiglia (il supporto nei momenti di difficoltà, l’assistenza nella vecchiaia, un tetto sopra la testa), senza i suoi difetti. Per farlo, però, aveva bisogno di due cose: crescita economia e una demografia superiore al livello di sostituzione. L’una cosa e l’altra erano fondamentali per pagare i conti. Al contrario, la crescita è asfittica e la natalità non è mai stata tanto bassa.

In Italia, fino a pochi anni fa si andava in pensione piuttosto presto e si cominciava a lavorare piuttosto tardi. Il baby boomer si sentiva protetto, piacevolmente isolato dalla concorrenza sia dei più giovani che dei più esperti. Non sapeva di stare piantando i chiodi della sua stessa croce. L’eccesso di spesa previdenziale degli anni 70 e 80 ha portato a ricalcolare gli assegni e alzare l’età pensionabile. Il continuo ritardo nell’ingresso del mercato del lavoro, e l’ansia delle mamme italiane bisognose di aver messo al mondo un dottore e non semplicemente un essere umano, ha infantilizzato la nostra società.

È così che il nostro baby boomer ha fatto la fine della fetta del formaggio nel panino. Per basse che siano le tasse universitarie, un ragazzo che esercita il suo diritto allo studio ha bisogno di vitto e alloggio. Le pensioni di vecchiaia esistono, la sanità pubblica pure: ma le patologie croniche esigono un’attenzione costante. Di diritto in diritto, la pressione fiscale è aumentata sempre più e così le regole, affinché questi diritti vengano effettivamente ben amministrati. La crescita economica langue anche per questa ragione.

Da parte sua, il nostro baby boomer non pensava di dover risparmiare per spese che riteneva appaltate allo Stato, e per sempre. Più scolarizzata delle precedenti, la sua generazione guarda con apprensione al futuro dei figli. Avranno, teme, sia meno welfare che meno famiglia, dal momento che a loro volta di figli non ne fanno. La demografia è più forte dei “diritti”.


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