salvate la generazione sandwich

I figli del baby boom schiacciati dagli affetti

«Negli ultimi tempi la questione è letteralmente esplosa con l’elezione di Trump e con la Brexit, a riprova che ci troviamo di fronte a un fenomeno globale, che investe tutti i paesi più avanzati, strettamente connesso con la crisi della classe media colpita dalla globalizzazione», spiega Pietro Garibaldi, esperto di questioni di questioni del Lavoro e professore di Economia politica all’Università di Torino. Ovviamente l’Italia non è indenne, anzi. Anche da noi, quelli della «Generazione sandwich», di fatto i figli del baby boom degli Anni 60, sono letteralmente schiacciati dal peso degli affetti dovendosi occupare sia dei genitori anziani magari non più autosufficienti sia dei figli, già grandi ma senza lavoro. Con la particolarità che nel nostro Paese i livelli di disoccupazione giovanile sono altissimi e altrettanto alta è la quota di popolazione anziana. «Un aspetto che caratterizza l’Italia è certamente questo - prosegue l’economista -. Il nostro, assieme al Giappone, è uno dei paesi più longevi. È la riprova della buona qualità delle vita, e di per sé questo è certamente un dato certamente positivo, che però si accompagna anche a un livello molto basso delle nascite, fenomeno – anche questo - che da noi è più forte che altrove e che produce la famosa piramide rovesciata della popolazione».

Con quale risultato?

«Che il rapporto tra le varie classi di età da noi è tra i peggiori, con la generazione centrale che risulta schiacciata tra il peso degli anziani e una generazione dei più giovani totalmente non autonoma. Un’altra caratteristica dell’Italia, e forse del Sud Europa, è che la crisi non solo ha colpito soprattutto questa fascia di mezzo ma questa, a sua volta, ha dovuto sobbarcarsi anche le mancate opportunità della generazione successiva. Un po’ è colpa dell’alta disoccupazione e un po’ si deve alla tendenza socioeconomica, o se vogliamo culturale, di continuare a vivere in famiglia. Non si trova lavoro, o si trovano solo lavori precari, e si aumenta il carico sui genitori».

Ma questa Generazione sandwich è davvero condannata?

«In realtà non stanno poi tutti così male: non stiamo parlando di un monolite ma un suo spazio nella società queste persone, pur tra situazioni anche molto differenti tra loro, lo hanno comunque trovato. Però è anche vero che questa è una generazione che soffre. Perché il contratto sociale a cui facevano riferimento i loro genitori, che prevedeva una crescita continua del loro reddito e del loro status sociale, non li riguarda più. È la prima volta dal Dopoguerra che accade una cosa del genere, per cui immagino che queste persone si trovino anche in una situazione un poco depressa per aver dovuto necessariamente rivedere le proprie aspettative. Ma nonostante ciò restano sempre più fortunati di quelli che vengono dopo che invece rischiano un vero e proprio arretramento delle loro condizioni».

C’è uno specifico-donne: per loro la situazione è molto pesante.

«Questo è un altro tema tipicamente italiano. Indubbiamente quando si dice - adesso in realtà meno di una volta - che le donne partecipano poco al mercato del lavoro è dovuto essenzialmente a questo fenomeno. I dati prima dello scoppio della crisi segnalavano però un aumento importante dell’occupazione femminile, una scelta spesso obbligata legata al fatto che il solo reddito del marito non basta. Il risultato è che se si guarda ai dati degli ultimi 10-15 anni si vede che sommando i tempi di lavoro all’esterno e di lavoro domestico (compresa la presa in carico dei nonni) le donne superano di gran lunga gli uomini».

Come hanno inciso le politiche pubbliche su questi fenomeni?

«Il soggetto mediano di questa fascia di popolazione è stato in parte protetto in particolare sul fronte del mercato del lavoro. Sono stati via via introdotti contratti flessibili, ma il posto di lavoro a tempo indeterminato protetto dall’articolo 18 di chi aveva già maturato una certa anzianità non è stato toccato. E poi, se pensiamo alla lentissima implementazione della riforma Dini, sino a un certo punto sono stati protetti anche in campo previdenziale. La riforma Monti-Fornero ha invece rotto questa protezione in entrambi i campi e l’emblema maggiore di questa frattura sono gli esodati, la nostra vera sandwich generation, a cui di punto in bianco è stato detto che dovevano stare sul mercato del lavoro almeno 3-4 anni in più del previsto».

Molto sfortunati.

«C’è di peggio. Perchè nella fascia meno protetta, quella dei 55enni più precari, che magari perdono il lavoro senza essere esodati, c’è anche un rischio povertà. Si tratta di una frangia della popolazione che magari ha un mutuo e che quando perde il lavoro poi perde tutto e che pertanto rischia di cadere ai margini della società. E innanzitutto per loro che di recente sono stati studiati interventi ad hoc nel campo dell’assistenza».

Forse in questo campo si è fatto di più che in altri ambiti.

«Si, c’è il nuovo Reddito di inclusione che rappresenta un primo passo che ci porta molto molto lentamente a immaginare un reddito minimo garantito. Si è aperta una finestra che però è soggetta alla prova dei mezzi che mi sembra abbastanza impegnativa. Sul fronte delle pensioni poi anche l’anticipo pensionistico, l’Ape social in particolare, può aiutare ad alleviare parte del problema».

Resta lo scoglio del lavoro dei giovani…

«I figli della Generazione sandwich hanno certamente beneficiato del Jobs act, anche se poi i dati aggregati sul lavoro soprattutto per effetto della dinamica demografica mostrano che l’occupazione è aumentata soprattutto tra gli over 55».

Ridurre ulteriormente il cuneo fiscale può aiutare?

«La risposta del mercato del lavoro agli incentivi introdotti col Jobs act è stata certamente impressionante: i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti molto. Sono però molto onerosi e forse non ce li possiamo permettere. Probabilmente i nuovi incentivi andrebbero concentrati solo sui giovani. Per questo credo che il vero fuoco oggi sia la crescita, perché è vero che servono tante risorse per intervenire in questo campo. ma è anche vero che non possiamo più finanziarle a debito».


[Numero: 85]