il coraggio che ci vuole ogni giorno

Più filosofia, meno paura. L’empatia di Laura Boella

«Sì, è l’età dell’incertezza, a livello individuale e sociale, ma possiamo uscirne togliendo il tappo della paura che ci blocca e guardando sotto, perché riconoscere che non abbiamo terreno solido non è di per sé un dato negativo; può invece aprire una ricerca di soluzioni in direzioni diverse». Non c’è da essere catastrofisti o ciechi per Laura Boella, ordinario di Filosofia morale e Etica dell’ambiente all’Università Statale di Milano, piuttosto è ora di essere realisti, responsabili e, per quanto possibile, speranzosi. «Ho tenuto da poco un corso su Bloch con il titolo “Imparare a sperare” proprio perché avere speranza oggi non è istintivo».

Studiosa del pensiero femminile del ’900, ha dedicato saggi alle relazioni intersoggettive e ai sentimenti come l’empatia, su cui pubblicherà a distanza di dieci anni un nuovo titolo, sull’empatia nel mondo globale. Boella è infatti un’attentissima osservatrice dell’attualità, dalla cronaca alla politica all’ambiente. E anche la scena surreale del “non attentato” di piazza San Carlo a Torino è stata occasione di riflessione. «Il panico che si è scatenato è la risposta istintiva delle persone quando si trovano in quella che una volta si chiamava “massa”, simile al branco che produce comportamenti gregari: tutti vanno nella direzione del primo che si muove». In più, in questi tempi “dell’incertezza”, scatta subito il collegamento all’attentato più vicino, visto da poco in televisione. «Mi ha fatto pensare a un film di Fassbinder del 1974, La paura mangia l’anima, titolo perfetto perché la paura ci impedisce di vedere quali altre risposte abbiamo di fronte a una situazione che ci minaccia». La paura, ricorda Boella, da sempre è anche costruita.

«Prima dai regimi autoritari e oggi, nelle democrazie liberali, spesso dai media, attraverso l’enfasi data alle notizie». Da qui anche la difficoltà di capire davvero le dinamiche che stanno all’interno dei fenomeni terroristici. «Ci parlano di Islam, di banlieue, di abbandono dei giovani figli di stranieri già nati nelle nostre città, ma resta ancora tanto da capire; dobbiamo fare uno sforzo di informazione, leggendo e confrontando criticamente, con una curiosità vera nei confronti di quello che sta accadendo». Un impegno individuale, quindi, contro la tentazione di esorcizzare la paura con impoverimenti drastici delle nostre possibilità di agire e pensare.

Come quel «non riusciranno a cambiare il nostro stile di vita, faremo tutto come prima» che ormai suona retorico se non falso: al consueto concerto della Filarmonica della Scala in piazza Duomo a Milano, gli spettatori erano 30mila in meno dell’anno scorso. «Queste antitesi fra normalità è emergenza sono sbagliate perché irrealistiche, ai bambini non dobbiamo dire che non è successo niente ma che l’attentato è una forma di chiusura del mondo che però rimane aperto ad altre possibilità; fingere che nulla sia successo è come dire che il mondo è chiuso, bloccato, che è proprio quello che vogliono i terroristi e i folli».

Altra fonte di incertezza, la politica. Da quella italiana che affossa con i franchi tiratori la legge elettorale al sorprendente astensionismo dei francesi alle legislative. «Non c’è più un quadro politico che abbia al centro il cosiddetto “bene comune”» né la preoccupazione per la convivenza né la volontà di sintonizzarsi sui bisogni; ma nel cosiddetto populismo come nell’astensionismo io vedo una radice nichilista, un’assenza totale di speranza e, in ultimo, una tendenza distruttiva e autodistruttiva». Poche le eccezioni, fra queste Corbyn che, «pur sdrucito e strambo, è stato capace di usare un linguaggio contrario a quello del nichilismo, riuscendo ad attrarre tanti giovani che hanno votato un vecchio».

Un’altra figura capace di parlare un linguaggio non nichilista, anche di fronte alla paura terroristica o al catastrofismo sull’ambiente - altra fonte di incertezza profonda - per Boella è il Papa. «Francesco ha capito molti dei nodi del nostro tempo e li vive fino in fondo, è interessante il suo atteggiamento di fronte alla paura: lui non teme nulla e ci rinvia il messaggio, chiarissimo, che la sopravvivenza non è tutto. Quel suo invito a “andare in periferia” è un richiamo continuo all’individuo, capace di scegliere fra bene e male, anche spostandosi dalla posizione in cui è abitualmente e magari andando all’opposto. Questa è vera empatia».


[Numero: 84]