il coraggio che ci vuole ogni giorno

Non riduce la povertà e fa aumentare le tasse

Contrordine compagni. Pensavamo di aver trovato la nuova parola magica in grado di calmare le masse e lavare la coscienza a un paio di generazioni di decisori, spettatori annoiati della grande scomparsa dei posti di lavoro dalle società più avanzate. Pensavamo in buona fede, perché da anni una pletora di accademici professava con sicumera il vessillo della creatura da laboratorio in grado di sistemare di nuovo le cose. E invece scopriamo ora, sempre dai ricercatori, che l’antidoto alla scomparsa del lavoro potrebbe non essere il reddito di base o il salario minimo garantito: la corresponsione di una somma di denaro pubblico su base continuativa a tutta la popolazione.

Il progetto di un “reddito di base universale” è entrato nei favori dei grandi nomi della tecnologia. Elon Musk lo definisce «necessario» e Mark Zuckerberg dice ai neolaureati di Harvard che bisogna pensarci «per essere sicuri che tutti abbiano la possibilità di provare nuove idee». Fortunatamente anche nel 2017 che corre le indicazioni preoccupate dei leader della tecnologia (e dunque dell’economia) suoneranno un disco vecchio per chi ha voglia di ricordare che perfino un certo Tommaso Moro colse l’idea, nella sua Utopia, di ragionare su un reddito garantito. Quando il personaggio del viaggiatore Raphael Nonsenso si trova ad Anversa, racconta un dialogo con l’Arcivescovo di Canterbury: prima dei robot e degli algoritmi, prima dei software per condividere auto e letti, i due dialogano di una soluzione alla piaga dei ladri. Li punisci, ragionano, ma poi continuano a rubare. Che sia meglio dar loro del denaro? Ma la storia è ciclica, e da 501 anni fa - l’Utopia esce nel 1516 - discutiamo senza trovare davvero una soluzione.

La crescita esponenziale nella capacità di calcolo dei computer e l’evoluzione dei software è così solo l’ultima provocazione sulla strada della grande promessa dell’assegno garantito. Milioni di posti di lavoro scompariranno, le aziende diventeranno sempre più efficienti ma - direbbe, secondo la leggenda, Henry Ford - chi comprerà i loro prodotti se non avrà più una lira? Fior di economisti hanno previsto in passato l’esigenza del reddito garantito. John Kenneth Galbraith disse che «tutti hanno diritto a un reddito di base decente». Nel gioco delle previsioni, forse John Maynard Keynes intuì l’accelerazione del secolo che poi sarebbe stato breve quando nel 1928 scrisse: lo standard nel 2028 sarà una giornata lavorativa «di circa tre ore al giorno». Anche Keynes sbagliava, diremmo oggi, ma la costante dei prossimi anni è che i cambiamenti saranno più veloci di quelli del passato.

Non serve giocare con la macchina del tempo. Dal febbraio 2012 l’Italia è nello sfortunato club dei Paesi con la disoccupazione superiore al 10%. Ad aprile 2017 esultiamo perché è scesa all’11,1%, nonostante l’economia dimostri finalmente dei segnali positivi. La brutta verità è che molte aziende hanno imparato a fare a meno dei lavoratori: hanno fatto efficienza. Una scelta necessaria per stare sul mercato. È dunque l’ora di approvare il reddito di base per quell’11,1%? I partiti italiani, in eterna campagna elettorale, carezzano l’idea. Il governo approva una prima misura per aiutare le famiglie più povere, ma sono per lo più rielaborazioni di altri contributi.

Si studia, si prova, ma si procede per tentativi. I dubbi sul modello secco del reddito garantito a tutti emergono, anche se fanno meno rumore degli endorsement. A fine maggio per la prima volta un completo studio dell’Ocse ha concluso che la misura presenterebbe due principali problemi: non ridurrebbe davvero i livelli di povertà e imporrebbe un significativo aumento delle tasse. I ricercatori dell’Ocse hanno calcolato che in Italia sostituendo i principali sussidi esistenti con la nuova formula del reddito garantito l’assegno mensile sarebbe di 158 euro. Sotto la soglia di povertà. Con un modello così i problemi potrebbero crescere invece di essere ridotti.

Se lo sguardo si allarga e dimentica per qualche minuto i vincoli di bilancio di una manovra italiana, comunque le voci critiche iniziano a farsi spazio. Andrew McAfee, co-direttore dell’area che studia l’economia digitale al Mit, dice di guardare i dati. «Un mese dopo l’altro, dato che non siamo in recessione, abbiamo bisogno di più ore di lavoro», afferma. I tempi sono prematuri e può essere controproducente pensare a un’unica soluzione quando decine di politiche per l’educazione o la sanità possono ancora migliorare la vita delle persone. Non basta l’assegno, aggiunge il collega di McAfee, Erik Brynjolfsson, perché - sorpresa! - non lavoriamo soltanto per il denaro, bensì per le relazioni, lo status, la nostra crescita in una comunità.

Il dibattito è avviato e non sarà necessario attendere altri cinquecento anni. Per ora, non sarà perfetta, certo, ma it’s the economy, stupid!


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