il coraggio che ci vuole ogni giorno

Giusto per sopravvivere nella società senza lavoro

Il reddito universale è una misura “epocale” di politica economica (sulla cui praticabilità molti economisti nutrono fondati dubbi). Ma è, altresì, un mito dei nostri tempi (dominati dall’insicurezza e dalla prospettiva della fine del lavoro), sotto forma di chimera o di araba fenice, su cui si versano fiumi di inchiostro e impazza il dibattito via social. Un’utopia (o una distopia) intorno alla quale certe forze politiche nostrane generano – e illudono – aspettative a fini di consenso. E una sirena capace di sedurre anche un artista coi fiocchi e controfiocchi come Luciano Ligabue, che qualche mese or sono esternò pubblicamente le sue simpatie per la (generica) proposta di legge di “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle, designata come «la cosa più di sinistra che io possa immaginare oggi». Proprio un temone quello del reddito universale, e un labirinto lastricato di desideri (anche nobili, e più o meno “pii”), come pure di interessi elettorali strumentali, e di alcuni (non secondari) fraintendimenti, a partire dalla definizione stessa del concetto, e dalla sua connotazione come piattaforma politica di sinistra. Giustappunto un po’ mitologia, e un po’ mitopoiesi; e, in epoca di postverità galoppante, sfatare qualche mito aiuterebbe la salubrità del discorso pubblico.

E, dunque: reddito di cittadinanza o reddito minimo? Il reddito universale corrisponde al primo, è un reddito di base incondizionato e garantito (un suo sinonimo, infatti, è quello di “reddito di esistenza”), e ha una destinazione generale, nessuno escluso; difatti, nessun Paese lo applica su scala nazionale, perché comporterebbe un gigantesco esborso per le casse pubbliche. E avrebbe l’effetto collaterale, non di dettaglio, di renderne beneficiari tutti, ma proprio tutti, compresi i ben noti «surfisti della baia di Malibù», come stigmatizzava il filosofo John Rawls. Così ne godrebbe pure madame Liliane Bettencourt, emblema del super-ricco à la française (e globale), come ammetteva candidamente Benoît Hamon, alfiere del reddito universale e delle tasse sui robot, divenuto ora il quasi esecutore testamentario del Partito socialista, viste le rovinose disfatte a cui l’ha condotto nelle recenti elezioni. Suo «antagonista naturale» è il reddito minimo (come racconta bene l’economista Stefano Toso nel suo Reddito di cittadinanza, edito da il Mulino, un libro assai utile per orientarsi nel dedalo di queste forme reddituali): vale a dire una tipologia di intervento di sostegno selettivo, già presente in parecchi sistemi di welfare europei, e che prevede una verifica delle condizioni del destinatario, il quale deve risultare effettivamente bisognoso e disponibile a cercare seriamente un lavoro e a sottoporsi a momenti di formazione professionale. I due modelli di politiche pubbliche, quindi, sono come il giorno e la notte.

Il reddito universale inoltre, a proposito di luoghi comuni mitologici e narrazioni, non è un pensiero di per sé stesso di sinistra, anche se vanta vari sostenitori collocati su quella sponda, da André Gorz (che, peraltro, in una prima fase lo avversava) a Philippe Van Parijs, fino all’ottimistico postcapitalismo del “socialista digitale” Paul Mason (pubblicato in Italia dal Saggiatore). Ma annovera anche almeno altrettanti, se non di più, oppositori, da moltissimi sindacalisti ad Anthony Atkinson. E, soprattutto, non si dovrebbe dimenticare che la categoria del reddito di cittadinanza o formule similari sono state teorizzate da diversi intellettuali liberali, neoliberisti e anarcolibertari, da Jean-Marc Ferry a Charles Murray, da Robert Nozick a Milton Friedman. D’altronde, gli stessi grillini, che ne hanno fatto una bandiera, sono per loro stessa autodefinizione al di là della sinistra e della destra.

La culla più avanzata del reddito universale è diventata, non a caso, la Silicon Valley, l’incubatore della rivoluzione tecnologica e dell’automazione totale (e della tendenza verso una jobless society), dove per opportunità, e fors’anche senso di colpa (a metà tra il calvinismo e la new age), si sostiene una sorta di nuovo compromesso. Che, ovviamente, non è più di tipo socialdemocratico, ma neoliberista illuminato, e ricerca la pace e la tregua sociale – cosa chiaramente diversa dalla giustizia sociale. Anche se, a dirla tutta, reddito universale e capitali nei paradisi fiscali non sono esattamente compatibili.


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