il coraggio che ci vuole ogni giorno

Negli occhi della tigre c’è il nostro spaesamento

La foresta delle Sundarban è diversissima da quelle che compaiono di solito in letteratura. La vegetazione è fitta, intricata e bassa; la volta non è sopra ma tutt’intorno a te, artiglia la pelle e i vestiti. Non vi penetra un refolo di vento; se l’aria si muove è per il ronzio di mosche e altri insetti. Invece che su un tappeto di foglie che macerano a poco a poco, si cammina su un viscido strato di fango alto fino al ginocchio, perforato dalle punte aguzze delle radici di mangrovia. E non si ha vista alcuna se non quando si raggiunge uno degli innumerevoli bracci di mare che serpeggiano nel paesaggio – ma anche allora è l’acqua soltanto ad aprirsi; la foresta si trincera dietro i suoi fangosi baluardi, senza svelare nulla.

Nelle Sundarban, le tigri sono dovunque e in nessun luogo. Spesso, scendendo a riva, si trovano orme di tigre nel fango, ma dell’animale neppure l’ombra: accade assai raramente di vederne una, e sempre di sfuggita. Ma è indubitabile, visto che le orme sono così fresche, che ci sia una tigre nelle vicinanze; e tu sai che ti sta osservando. In questa giungla, per un animale è così facile nascondersi che potrebbe essere a un paio di metri da te. Se decidesse di assalirti, non la vedresti fino all’ultimo momento, e qualora la vedessi, non potresti fuggire – il fango ti bloccherebbe.

Qua e là nella giungla penzolano dai rami degli stracci rossi. Indicano i luoghi in cui qualcuno è stato ucciso dalle tigri. Ci sono molte aggressioni ogni anno, nessuno sa di preciso quanti, perché le statistiche non sono affidabili. Del resto non è una novità; nell’Ottocento le vittime delle tigri furono migliaia. Lo dimostra il fatto che in alcuni villaggi ogni famiglia ha perduto un parente; ognuno ha una storia da raccontare.

Queste storie sono imperniate sul vedere e il non vedere. La tigre ti sta guardando; tu sei consapevole del suo sguardo, come sempre, ma non la vedi; non incroci i suoi occhi finché non si avventa su di te, e in quel momento sei preso dal terrore e resti immobile, paralizzato. L’incontro con la tigre, un istante di reciproco riconoscimento. Guardare negli occhi la tigre significa riconoscere una presenza di cui sei già consapevole; e durante quel fuggevole contatto capisci che, pur non essendo umana, essa ha una consapevolezza simile alla tua. Quel muto scambio di sguardi è l’unica comunicazione possibile fra te e tale presenza – ma si tratta senza dubbio di comunicazione.

Ma con che cosa stai comunicando, in quel momento di estremo pericolo, quando la tua mente è in uno stato che non avevi mai sperimentato? Un’analogia ricorrente è quella col vedere un fantasma, una presenza che non è di questo mondo.

Nelle storie di tigri delle Sundarban, come nella mia esperienza del tornado c’è un irriducibile elemento di mistero. Ma ciò che sto cercando di dire trova forse migliore espressione in un termine che ricorre spesso nelle traduzioni inglesi di Freud e di Heidegger. Il termine è uncanny, e in effetti la mia esperienza del tornado ̀è evocata con spaesante precisione nel seguente passo: «Nell’angoscia, noi diciamo, uno è spaesato. Ma dinanzi a che cosa v’è lo spaesamento e cosa vuol dire quell’uno? Non possiamo dire dinanzi a che cosa uno è spaesato, perché lo è nell’insieme».

Certo non è casuale che tale termine sia entrato nell’uso con sempre maggiore frequenza in relazione ai cambiamenti climatici.

Scrivendo degli eventi anomali della nostra epoca, Timothy Morton si chiede: «Non è forse vero che una pioggia fuori dall’ordinario, un inusitato ciclone, una chiazza di petrolio sul mare hanno su di noi un effetto spaesante?». E George Marshall scrive: «Il cambiamento climatico è di per sé spaesante. Le condizioni del tempo, e gli stili di vita ad alto consumo energetico che le stanno modificando, non sono certo nuove, eppure oggi vi è in esse qualcosa di più minaccioso e inquietante».

Nessun altro termine si avvicina tanto a esprimere la stranezza di ciò che sta avvenendo intorno a noi. Perché questi cambiamenti non sono solo sconosciuti o alieni; lo spaesamento che producono risiede proprio nel fatto che in incontri come quelli con la tigre riconosciamo qualcosa cui abbiamo voltato le spalle: vale a dire la presenza e la prossimità di interlocutori non-umani.


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