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Nuovo Welfare cercasi ma la cosa più urgente è formare posti di lavoro

La paura di perdere il lavoro si è insediata nelle teste. Altrimenti, come mai le paghe oggi stentano a crescere perfino nei Paesi in cui trovare un impiego è ridiventato facile, come il Giappone (disoccupati appena il 2,8%) la Germania (il 3,9%) o gli Stati Uniti (4,3%)?

Prima la rapida corsa della globalizzazione, poi la grande crisi, hanno distrutto sicurezze; instillano timori difficili da inquadrare negli schemi consueti. Giustamente ci si indigna per le ineguaglianze, tuttavia il record del pessimismo sul futuro spettava almeno fino a ieri alla Francia, dove si era evitato che i divari di reddito crescessero.

Ovunque, gli anziani sognano di tornare indietro. Dimenticato è lo slogan degli Anni 90, che per il welfare si spende troppo, e la competitività impone di ridimensionarlo. Nei Paesi dove quelle ricette furono applicate con coerenza da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher i giovani, al contrario che altrove, votano a sinistra.

Il malessere accomuna Paesi al loro interno diversissimi. Le paure per il presente (perdere il lavoro) non sempre appaiono correlate con le normative più rigide o più permissive; né le paure per il futuro (i nostri figli saranno più poveri di noi) con l’andamento attuale dell’economia.

Nei numeri appena pubblicati dall’Ocse, la perdita di reddito per chi rimane disoccupato è alta in Italia, altissima in Spagna, dove le tutele contro il licenziamento pur ridimensionate restano; media negli Usa e in Gran Bretagna, dove al contrario è facile esser cacciati su due piedi.

Le insicurezze persistono perché temiamo nel prossimo futuro cambiamenti rapidi quanto quelli degli ultimi vent’anni. Eppure la novità più sconvolgente – i robot che tolgono il lavoro alle persone – benché i media ne parlino con insistenza, nella realtà ancora compare poco.

Il Giappone avrebbe condizioni ideali. Dato che accoglie pochissimi immigrati, a causa della bassa natalità la forza lavoro comincia a scarseggiare. Le imprese sono all’avanguardia nella ricerca. Il costo del denaro è a zero, dunque investire conviene. Però nulla accade, e la produttività ristagna.

Anche lì, come da noi, è facile assumere giovani precari a basso costo: sarà per questo che l’incentivo a informatizzare è basso? Oppure tutta una società dove l’età media cresce rilutta ai salti in avanti? Ma se anche il robot non arriverà domani, si teme che arrivi dopodomani.

Secondo il premio Nobel per l’economia Robert Shiller, il recente corso dell’economia «può aver lasciato l’impressione che le aziende emergenti non creino lavoro per chi non sa cavarsela con l’informatica». Nel passato le macchine hanno ridotto la fatica degli umani; d’ora in poi rischierebbero di rendere inutilizzabili alcuni di essi.

Ai giovani italiani trovare un impiego ben pagato risulta arduo perfino se l’informatica la maneggiano alla perfezione. Bisogni e inquietudini si esasperano, cercano una risposta a effetto immediato, tipo «se il lavoro non c’è, ci diano almeno qualche soldo» (il reddito di cittadinanza).

Il sistema americano, nessuna protezione, marcia creando scompensi esplosivi, che hanno polarizzato come non mai la vita politica. Il sistema italiano che protegge alcuni e lascia fuori altri è bloccato; alla fine diventano più poveri tutti, anche i tutelati.

Per dare sicurezza alle persone e insieme lasciar via libera al nuovo si prospetta ora di «proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro così com’è». È il programma del nuovo presidente francese Emmanuel Macron: meno ostacoli ai licenziamenti, robuste indennità di disoccupazione per tutti.

Funziona nei Paesi scandinavi, dove non mette paura cimentarsi in iniziative nuove perché c’è una rete di sicurezza (chi resta senza lavoro in media riesce a conservare tre quarti del reddito). Ma occorre tempo perché dia risultati: arriveranno prima che la pazienza degli elettori finisca?


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