il coraggio che ci vuole ogni giorno

Nel troppo amore della famiglia si perde l’orizzonte del mondo

Impaurite dal mondo, le famiglie sembrano chiudersi. Di fronte all’insicurezza, cresce il bisogno di appartenenza a un universo protettivo che però isola il soggetto a venire - il bambino, il ragazzo - all’interno di un cerchio magico che lo fa prigioniero, il più delle volte consenziente. Il genitore, piuttosto che educare all’apertura verso un mondo incerto e insegnare al figlio a superare le paure, si trova ad assicurargli la vita e, in questa clausura protetta, sostiene più la relazione d’amore col figlio che la sua indipendenza.

Questa è la famiglia claustrofilica: scambi, affetto, amore, sostegno, confidenze, compagnia, educazione, viaggi, svago, tutto si fa in questa famiglia all inclusive. Il mondo è risucchiato all’interno e l’orizzonte di tutti si è ristretto in un assetto famigliare nemico del collettivo perché lavoro di civiltà e chiusura sono antitetici. L’atteggiamento diffuso di paura per l’estraneo e per lo straniero, che riverbera sul piano sociale, ha qui una sua radice. In un tempo in cui il vivere appare insicuro - anche se fuori dall’uscio non c’è la guerra costante come in altre epoche dell’umanità - la casa sembra l’ultimo rifugio. Le famiglie claustrofiliche perdono e fanno perdere il mondo come orizzonte, e il deficit di orizzonte è deficit di etica. Così, stiamo formando una umanità chiusa e paurosa, il contrario di ogni idea di futuro.

L’epoca è paradossale: mai nessuna società occidentale è stata più sicura ma la percezione dell’insicurezza personale è molto alta. Lo stato sociale assottiglia le protezioni ai singoli, mentre le allarga a banche e imprese: il sistema chiede al singolo di trovare soluzioni individuali a problemi di sistema e questo può lasciare un senso di smarrimento che non si risolve, però, con la chiusura in famiglia ma piuttosto con il legame collettivo.

La società che debella ogni paura è una chimera perché l’incertezza e l’insicurezza sono costitutive dell’essere umano e lo stesso pensiero procede per incertezze piuttosto che per certezze. La certezza è, invece, la culla dell’ubbidienza e il totalitarismo offre la sicurezza di una liturgia dell’identico da cui ogni alterità è bandita. Dunque, l’intolleranza alla insicurezza può mettere a rischio il pensare il futuro, che è strutturalmente incerto. Si pensa quando ci si chiede “perché”, una delle prime parole che l’essere umano pronuncia, e non è una domanda che può sorgere di fronte al certo. «Qui non c’è perché» («Hier ist kein warum”), dice una SS nel libro di Primo Levi: il perché assillante e necessario dei bambini - la loro iniziazione al pensiero - è più che interdetto, è annullato. La certezza, dunque, può essere anche orrore e follia.

Cosa chiediamo veramente quando chiediamo più sicurezza? Chiediamo l’infantilizzazione della vita, chiediamo di stare sotto un occhio che ci sorveglia e che punisca il reprobo, chiediamo di essere controllati da telecamere dietro le quali supponiamo un occhio benevolo e paterno. I genitori Pigmalioni, quelli che vogliono forgiare i propri figli - forgiare è il contrario di educare - e che li controllano strettamente, passano il messaggio che il controllo sia legato all’amore: si tratta di un connubio pericoloso perché è lo stesso che s’instaura nella relazione con un partner violento: «mi controlla, dunque mi ama».

L’insicurezza è componente della vita e averne paura non impedisce la morte, impedisce la vita. Se pensiamo di sopprimere l’insicurezza entriamo nella spirale concentrazionaria, nel terrore dove tutto è a senso unico, certo e meticolosamente pianificato. L’incertezza fa parte di una democrazia che tollera la plurivocità e la moltiplicazione dei sensi di circolazione di pensieri e culture, apre le case e i muri.

Occorre prendersi il rischio dell’andare, accettare l’incertezza del viaggio perché, come dice Bloch, la propria casa la si trova solo dopo aver girato il mondo e non è quella che abbiamo lasciato. Il compito di ogni figlio è di andare, lasciare la casa dei genitori e trovare la propria.


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