il coraggio che ci vuole ogni giorno

Ci aspettiamo sempre di più ma le nostre democrazie possono dare sempre di meno

La sensazione diffusa che le democrazie non sappiano rispondere alla pressante domanda di sicurezza che viene loro rivolta scaturisce dall’intersezione fra tre fenomeni storici: il livello elevato delle richieste che i cittadini fanno alle democrazie; la trasformazione dei pericoli che ci circondano; la debolezza della politica.

Così, nello splendido romanzo omonimo del 1965, John Williams descriveva Stoner, un uomo nato nell’America rurale del 1891: «conosceva il mondo in una maniera che pochi dei suoi colleghi più giovani avrebbero potuto comprendere. Dentro di sé, in profondità, al di sotto della memoria, conosceva il disagio e la fame e la resistenza e il dolore … [era] la sua eredità, datagli dai suoi antenati le cui vite erano oscure e dure e stoiche, e che per una comune scelta morale presentavano a un mondo oppressivo volti ch’erano privi d’espressione e duri e spenti». Bene: chi fra i nati dopo il 1945 in Occidente accetterebbe di rassegnarsi all’oscurità e all’oppressione? Nessuno, direi. Certamente non l’accetterebbe quell’ottanta per cento di adolescenti che, in un sondaggio americano dei tardi Anni Ottanta, rispondevano di considerarsi «una persona importante». Negli Anni Cinquanta, alla medesima domanda – ti consideri una persona importante? –, aveva risposto affermativamente soltanto il dodici per cento degli intervistati.

Il salto dalla generazione di Stoner – identica in questo alle migliaia di generazioni che l’hanno preceduta – ai nati dal secondo dopoguerra è stato con ogni probabilità uno dei maggiori nella storia dell’uomo: dallo stoicismo e dalla rassegnazione al diffondersi in ognuno di noi dell’orgogliosa coscienza della nostra unicità, del desiderio d’essere il più possibile in controllo del nostro destino, della determinazione a realizzare il nostro speciale progetto esistenziale. È stato un salto straordinariamente positivo, certo: chi vorrebbe mai ritornare alla fame e al disagio? Allo stesso tempo, però, ha anche innalzato a dismisura l’asticella delle aspettative universali. E, di conseguenza, l’asticella dell’aspettativa alla sicurezza, che precede tutte le altre: sicurezza della vita, della salute, del lavoro, del reddito.

Le condizioni eccezionali dei decenni postbellici hanno consentito per lungo tempo alle democrazie di tener dietro all’asticella: se quella continuava a innalzarsi, anche la politica disponeva tuttavia di risorse tecnologiche, organizzative, finanziarie sempre maggiori. A partire dai tardi Anni Sessanta, però, e con un’accelerazione visibile nell’ultimo trentennio, lo spazio fra le aspettative di sicurezza degli individui che abitano le democrazie e la capacità delle democrazie di soddisfare quelle aspettative è venuto via via crescendo.

L’ampliarsi di questo iato è dipeso per un verso dalla frammentazione dei pericoli. Durante la Guerra Fredda non mancavano di certo i motivi per aver paura – basti pensare al rischio di apocalisse nucleare. Ma il bipolarismo fra Est e Ovest dava una struttura ordinata al rischio, lo rendeva prevedibile, e perciò meno spaventoso. Dopo il 1989 il mondo s’è venuto facendo sempre più complesso, e i processi di globalizzazione economica da un lato, le migrazioni dall’altro, hanno portato questa complessità all’interno di democrazie spiritualmente sempre più incerte e demograficamente sempre più vecchie.

Per un altro verso, il divario fra le aspettative dei cittadini e la performance delle democrazie s’è ampliato perché i sistemi politici nazionali sono diventati sempre più inadeguati a gestire fenomeni che trascendono i loro confini, ma l’efficacia che quelli hanno perduto non è stata recuperata dalle istituzioni sovrannazionali. Semplicemente, s’è dissolta nel nulla. Il flusso di migranti che attraversa il Canale di Sicilia così – per prendere un esempio concreto – non riesce ad arginarlo l’Italia, ma non ci riesce neppure l’Europa.

Se i pericoli si sono fatti non necessariamente maggiori, ma più vicini, diffusi, avvolgenti che nel passato, e le democrazie sono sempre meno efficaci nel gestirli, non per questo però l’asticella dell’aspettativa di sicurezza ha smesso di crescere. Alla politica, così, tocca un discredito sempre maggiore. Al punto che in occasione di terremoti, valanghe, alluvioni si trasforma spesso in un capro espiatorio: la mia sicurezza dev’essere perfetta – grida il cittadino – e se non lo è, la colpa è del politico.


[Numero: 84]