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C’è un corto circuito media e social: la società del rischio fabbrica incertezze

L’innovazione tecnologica e l’accelerazione delle reazioni sociali supportate dai media e dalle connessioni digitali hanno creato un crescente divario fra il rischio percepito e il controllo su possibilità ed effetti. È questa l’eredità che un sociologo come Urlich Beck ci ha consegnato analizzando la nostra come una “società del rischio” in cui fabbrichiamo incertezze. La diffusione progressiva di conoscenza e la sua accessibilità e disponibilità ha finito per produrre, paradossalmente, un senso di imprevedibilità più elevato. Le scelte della nostra vita possono essere confrontate continuamente con un ricco flusso informativo di idee e teorie che passano dalla dimensione della scienza e degli esperti a quella della popolazione che rimodella le proprie abitudini e attese attorno a questo costante feedback informativo rappresentato da una circolazione continua ed espansa di informazioni con cui confrontarsi. Informazioni che oggi sempre più non dipendono unicamente da canali ufficiali di divulgazione ma da un sapere diffuso che incontriamo nelle nostre conversazioni online.

I social network rendono più evidente ciò che pensa chi è in relazione con noi e la proliferazione della diversità delle idee riempie improvvisamente il nostro mondo di riferimento e ne scuote le certezze. Il dissenso presente nelle nostre cerchie sociali è più trasparente e più esposto. Il contrasto sociale, la presenza costante del discorso sull’Altro e sulle diversità, quella sullo stato di incertezza del mondo (la crisi economica, il terrorismo, ecc.) e del destino individuale si insinua nella nostra quotidianità: il discorso sull’insicurezza diventa una presenza pulviscolare e continua che emerge da pagine Facebook, da hashtag su Twitter, da post su Instagram. Frequentiamo con costanza la nostra ansia sociale stimolati a commentare post, a condividere contenuti, ad esprimere sensazioni attraverso le grammatiche della reaction che si sono estese oltre il like. Il fatto che Facebook abbia introdotto una serie di sfumature per il commento sintetico ed istintivo ai post, ci parla di una realtà sociale connessa che propone miriadi di notizie che si sono caricate di attese emotive.

La fenomenologia della paura compare nelle nostre timeline intermezzando con tutto il suo portato di incertezza la routine costruita di vissuti personali e da micro racconti della vita quotidiana e ci espone alle situazioni temute presentificandole sotto forma di immagini e narrazioni circolanti.

Un tema di interesse pubblico come quello ad esempio della vaccinazione non è quindi più solo una dimensione che affrontiamo attraverso approfondimenti informativi nei media ma è quel post condiviso da nostri “amici” in cui un genitore racconta la sua visione opponendo la verità dell’esperienza a decenni di studi scientifici. È in questo modo che attorno alle vaccinazioni si scatena un gioco di polarizzazione che tende a diventare più visibile e ad aggregare punti di vista che diventano “punti di vita” attorno all’hashtag #novax su Twitter.

E anche le istituzioni, che rappresentano uno strumento di controllo dell’incertezza, finiscono per alimentare il dibattito sulla paura perché se, da una parte, indicano modalità di gestione dall’altra non riescono a prevedere la quantità e velocità delle reazioni ai provvedimenti presi. Reazioni che oggi sono, appunto, accelerate dalla circolazione comunicativa dei social network. Basti pensare a come il recente decreto sulle vaccinazioni obbligatorie abbia generato immediatamente una reazione sociale in termini di comunicazione sui social network che ha portato i media generalisti ad evidenziare come in rete crescano con istantaneità movimenti di opinione.

Testiamo così la nostra insicurezza in connessione con gli altri e la dimensione di incertezza sociale sulle scelte diventa sempre più centrale rispetto alle soluzioni. La produzione sociale della paura trova oggi meccanismi di costruzione e diffusione in un eco-sistema mediale in cui non solo vengono generati discorsi sull’incertezza da parte dei media tradizionali e dalla loro azione informativa ma anche dall’intreccio di quei discorsi con una realtà conversazionale quotidiana che passa dai social media e che trasforma le nostre inquietudini in un’esperienza più diretta, che possiamo toccare con mano… sui nostri schermi.


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