università che vogliamo

Un’alleanza con le imprese per non diventare un Low Cost Country

Quando guardiamo i dati sul commercio internazionale, non c’è dubbio che il valore economico degli scambi di prodotti e servizi sia in continua e importante ascesa. Negli ultimi due anni i volumi hanno continuato a crescere con forza mentre i prezzi, specialmente delle materie prime, hanno leggermente rallentato la crescita.

A questo aumento del commercio internazionale ha corrisposto l’arricchimento di centinaia di milioni di persone in Cina, India ed altri paesi in via di sviluppo, mentre in Europa e Nord America le condizioni del ceto medio non sono migliorate come generazioni di politici hanno promesso, e i recenti proclami di stop a trattati commerciali e flussi di migranti in Usa e Uk mostrano che la gente comincia a rigettare i benefici della globalizzazione. A ben guardare l’effetto dell’automazione sul mondo del lavoro sarebbe più dirompente, ma evidentemente il mondo politico non riesce a prendersela con robot e computer.

In questo scenario di mondo sempre più affollato, piatto e caldo, ogni giovane che affronta il percorso universitario, genitore che si prepara ad averlo in casa ancora per anni, e azienda che cerca una forza lavoro vincente, non può che considerare di essere in un ambiente molto competitivo, dove partecipare è scontato e vincere significa avere una qualità della vita decente. Perdere significa retrocedere nella lista dei paesi in via di sviluppo.

Chi vi scrive è emigrato due volte dall’Italia, da neolaureato nei primi Anni 90 perché faticavo a trovar lavoro, e poi nel 2010 per dare maggiori opportunità ai tre figli. In questi anni ho avuto modo di insegnare a contratto in alcune università e assumere neolaureati in diversi paesi. Ho quindi esperienza di come gli italiani si paragonano con gli altri: un campione molto ridotto e sicuramente non rappresentativo dell’eccellenza che producono i nostri atenei, ma spunto per qualche riflessione.

Mediamente un laureato italiano mostra un’attitudine più timorosa e tranquilla del collega brasiliano, cinese o americano. Lavorando nel settore dell’ingegneria e automazione, ho a che fare con ragazzi il cui percorso accademico è molto simile, al punto da apprendere l’uso degli stessi metodi e strumenti. Non mi aspetto che nessuno entri in azienda pronto a progettare dal giorno successivo, ma che con entusiasmo e motivazione cerchi di imparare quanto prima, e sia pronto a buttare il cuore oltre l’ostacolo (solo metaforicamente).

Come fare a insegnare ed educare a un attitudine propositiva e competitiva? Cosa fanno gli atenei stranieri che non facciamo noi? In USA tra forte enfasi sullo sport e attività teatrali e musicali i ragazzi sono spinti per anni a esporsi in pubblico. In Cina ed nel Regno Unito le aziende danno “vere” opportunità di lavoro durante gli stage lavorativi e lo studente viene pagato per quanto produce, e spinto a provare quanto sta imparando a scuola.

Recentemente su La Stampa è apparso l’annuncio di assunzione (in stage, s’è scoperto dopo) di un laureato magistrale con massimo dei voti, trilingue, esperienze Erasmus e disposto a lavorare per 600 euro al mese e ticket restaurant. Se questo è il ruolo che le aziende vogliono assolvere nel far crescere una nuova generazione di professionisti, ovvero se vogliono competere sulla riduzione al minimo dei costi, la nostra discesa come sistema paese nella lista dei Low Cost Country è prevedibile come rapida e puntata al fondo della classifica.

Volendo pensare a cosa si possa fare per aiutare le nuove generazioni, personalmente ho intrapreso l’iniziativa di sviluppare un corso di “soft skill” per circa 30 dottorandi del Politecnico di Torino e, con qualche decina di professionisti che come me sono emigrati in Usa, stiamo costruendo un network per creare contatti ed opportunità di lavoro e ricerca per studenti e ricercatori STEM (science, technology, engineering, mathematics). Queste sono attività che facciamo la sera o al week-end a titolo gratuito, sperando di aiutare chi è all’università oggi.

Questo “giving back” è molto comune in America, dove manager, professionisti e aziende contribuiscono in natura e finanze alle università del territorio o da cui provengono. È anche un modo molto pragmatico e immediato per aiutare le prossime generazioni, senza riporre troppe speranze o illusioni nel mondo della politica o delle istituzioni che ha altri tempi e meccanismi di funzionamento.

L’educazione universitaria giova della collaborazione con il business, solo se questa è orientata al medio periodo e alla crescita di giovani che si differenziano rispetto alla concorrenza per capacità ed esperienze, non per il costo ridotto.


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