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Un mondo tutto al maschile. Il paradosso italiano di genere

Qual è il granello aggiunto il quale un “non-mucchio” diventa mucchio?, recita uno dei celebri paradossi del Sorite per mostrare l’inadeguatezza, in certe situazioni, della logica binaria. Ecco, analogamente, riguardo al ruolo delle donne nel mondo della formazione, qual è il momento in cui da brave studentesse, competitive e in testa alle classifiche di posizionamento rispetto ai coetanei maschi, diventano incapaci di conquistare una cattedra di insegnamento universitario? I numeri parlano chiaro: in tutte le statistiche sugli andamenti scolastici, le bambine/ragazze risultano capaci di performance migliori di quelle dei bambini/ragazzi, e persino il numero di laureate è superiore a quello dei laureati. Si comincia all’esame di terza media, dove il 38% delle ragazze contro il 29% dei ragazzi ottiene, nelle valutazioni 9 (su 10) o più. Si prosegue alle superiori, dove il voto medio di diploma è 78,3/100 per le ragazze contro 75,2 dei ragazzi. E ancora all’Università, dove la presenza della componente femminile è decisamente più elevata (60%), la quota di donne laureate è del 48% contro il 44% degli uomini, e il voto medio di laurea si aggira intorno al 103/110, contro il 101/110 degli uomini (dati tratti dal rapporto AlmaDiploma del 2016).

Poi però, tutto questo capitale si disperde, tanto che di recente la Normale di Pisa ha dovuto dotarsi di un regolamento interno per introdurre un meccanismo surrettizio di quote rosa: «Da qui in avanti il Consiglio Accademico della Scuola– ha spiegato il rettore Vincenzo Barone nel dicembre scorso – davanti a una rosa di candidati a pari merito, potrà dare, a parità di giudizio complessivo, la priorità ai candidati che appartengono al genere in netta minoranza, in questo momento le donne». Su 35 professori infatti, solo quattro sono donne, e di queste solo una afferisce all’area scientifica. Fuori dalla Normale di Pisa le cose non vanno molto meglio: secondo i dati del Ministero dell’Università e della Ricerca al 31 dicembre 2016, tra i professori ordinari le donne rappresentano soltanto il 22 per cento del totale, là dove in Finlandia, ad esempio, le percentuali sono 50 e 50.

A questi numeri, piuttosto sconfortanti se letti dal punto di vista delle donne, si aggiunge una ricerca pubblicata ad aprile scorso sull’American Economic Review, condotta da Mauro Sylos Labini del dipartimento di scienze politiche dell’Università di Pisa insieme a Manuel Bagues e Natalia Zinovyeva dell’Università Aalto di Helsinki, che ha preso in esame un concorso che si è svolto in Italia nel 2012 e due indetti in Spagna nel 2002 e nel 2006. Cosa ne è emerso? Che ogni commissario donna riduce dell’1,8% le probabilità di una collega di ottenere l’abilitazione scientifica. Di conseguenza, l’introduzione delle quote di genere nelle commissioni sembrerebbe controproducente: «Secondo le nostre stime – ha osservato Sylos Labini – un sistema di quote impedirebbe a circa 500 ricercatrici di ottenere l’abilitazione». Ma dietro questi numeri si legge una realtà psicologica più complessa: e se non fossero le donne a ostacolare le altre donne, ma gli uomini, che in presenza di commissari donne – dunque omologhe – tenderebbero a essere meno indulgenti con le candidate di quanto non lo sarebbero se fossero gli unici giudici? È in queste sottigliezze che si annidano i granelli.


[Numero: 83]