università che vogliamo

È un servizio e va pagato. Non ce ne sono troppe né poche ma molte non sono di qualità

Diciotto anni fa l’Università lanciava il 3+2: tre anni di formazione di base, due per specializzarsi. Avrebbe dovuto contribuire ad aumentare il numero dei laureati e accorciare l’età di ingresso al lavoro, invece non è cambiato nulla. L’età media di laurea resta altissima (26 anni), il numero degli iscritti è calato: oggi sono 275 mila l’anno, diecimila in meno di allora. In compenso è calato il numero degli abbandoni: oggi arriva in fondo il 56 per cento degli iscritti. L’Università dovrebbe essere il primo ascensore sociale di una comunità, e invece la sensazione è che a rimanere indietro siano proprio i meno abbienti. Francesco Giavazzi si chiede allora perché «si continui a regalarla ai più ricchi».  

 

Beh, regalare forse è eccessivo. Con la fiscalità generale i più ricchi - almeno quelli che le tasse le pagano - danno un bel contributo. O no?  

Mettiamo un momento da parte il problema fiscale, che pure è serio. Il costo medio di uno studente universitario è di circa settemila euro per l’intero arco di studi. Con l’eccezione della Germania, non credo esista alcuna università al mondo che faccia pagare così poco. Alla Bocconi sopra un certo livello di reddito si paga quasi quattordicimila euro l’anno. Ma parte di quel denaro finanzia borse ai meno abbienti. 

 

E se il calo degli iscritti fosse causato dalla impossibilità a sostenere i costi delle rette?  

Per dare un giudizio compiuto sul numero degli iscritti occorrerebbe capire quanto pesi il calo della natalità. Ciò detto: è vero, i redditi degli italiani sono fermi da vent’anni. Ma questa è una ragione in più per far pagare di più a chi se lo può permettere. 

 

La risposta più classica al suo argomento è: «l’Università è un diritto».  

Bene, ma per chi? Un esempio: al Mit, la migliore Università al mondo, è arrivato un ragazzo poverissimo della periferia di Hanoi. Gli pagano tutto: vitto, alloggio, ma soprattutto vengono versati 500 dollari al mese alla famiglia. È giusto: se fosse rimasto a casa quel ragazzo sarebbe fonte di reddito. 

 

Insomma, lei dice che per avere più studenti bisogna alzare le rette. È così?  

Quando Mariastella Gelmini era ministro dissi che avrebbe dovuto alzare le rette. Lei obiettò che non avrebbe mai fatto pagare più tasse. Ecco l’errore: scambiare una tariffa per una tassa. L’Università è un servizio, va pagato. E i fondi devono finanziare le rette dei più poveri e gli alloggi, spingere a una maggiore mobilità. Una volta almeno c’era il militare: oggi i ragazzi restano a casa di mamma finché non si sposano. Se lo fanno.  

 

Con redditi medi così bassi la sua tesi apparirà urticante.  

Mi perdoni: il problema è proprio negli squilibri. Treviso è la città italiana con la più alta concentrazione di Audi. Ebbene, negli Stati Uniti in una città con quella ricchezza pro-capite chi deve pagare l’università ai figli rinuncia all’auto di grossa cilindrata e alla casa più grande. 

 

Qui però i servizi si finanziano per lo più con la fiscalità generale.  

La ragione di questo è che alla burocrazia universitaria conviene gestire i costi della fiscalità generale piuttosto che rispondere di rette commisurate a un servizio. Se un professore del Mit si presenta impreparato a lezione, lo studente può chiedergliene conto: per studiare spende circa 80 mila dollari l’anno. Finché l’Università costa poco, nessuno potrà lamentarsi e i professori si permetteranno di arrivare tardi a lezione.  

 

Secondo lei in Italia le università sono troppe o troppo poche?  

Né poche né tante. Il problema è che ce ne sono troppo poche di qualità. In quante università devono essere attivati i dottorati in letteratura e filologia classica, il cui numero di studenti si conta nelle dita di una mano? Non sarebbe meglio averne uno solo su cui concentrare le risorse migliori? 

 

Twitter@alexbarbera 


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