università che vogliamo

Troppo pochi laureati: lo spread dell’ignoranza minaccia il nostro futuro

Il dibattito sull’università italiana va rifondato su basi del tutto nuove. Sono almeno dieci anni, infatti, che discutiamo di università in maniera profondamente distorta, con conseguenze molto gravi non solo per il futuro dei nostri atenei, ma anche per quello dell’Italia.  

 

In particolare, politica e media hanno parlato di Università assecondando pedissequamente - e a volte demagogicamente - la retorica anti-casta. Quindi pagine e pagine sui ’baroni’, la corruzione, il nepotismo, gli sprechi, i privilegi, gli scandali e praticamente nessuna riflessione sul sistema universitario nel suo complesso. 

 

Ma dopo aver sottolineato che l’Università italiana non è certamente perfetta (come peraltro non lo è quella francese o quella tedesca, finiamola per cortesia con l’autorazzismo) e che corruzione e inefficienze vanno combattute con forza nell’Università come in qualsiasi altra organizzazione, vogliamo alzare lo sguardo dai singoli casi per provare a chiederci: 1) come funziona il sistema universitario italiano e 2) di quale sistema avrà bisogno l’Italia nei prossimi 20 anni? 

 

Dove la parola chiave è “sistema”: come funziona l’Università italiana nel suo complesso, al di là dei singoli casi? Ebbene, chi si prende la briga di studiare un minimo i dati non può che riscontrare due verità inoppugnabili. La prima è in questi anni sono state raccontate molte menzogne sull’università italiana: il confronto internazionale, infatti, ci dice che non è affatto vero che le università italiane siamo troppe (anzi), che i professori siano troppi (anzi), che le tasse universitarie italiane siano troppo basse (sono tra le più care di Europa) o che i ricercatori italiani siano poco produttivi (la produzione scientifica italiana è tra le primi dieci al mondo). La seconda verità è che i dati denunciano un’arretratezza spaventosa che in questi dieci anni i media hanno in genere sottaciuto e la politica ha, incredibilmente, aggravato. 

 

Non è affatto vero che le università italiane siamo troppe (anzi), che i professori siano troppi (anzi), che le tasse universitarie italiane siano troppo basse (sono tra le più care di Europa) o che i ricercatori italiani siano poco produttivi (la produzione scientifica italiana è tra le primi dieci al mondo)  

 

L’Italia, infatti, tra tutti i paesi Ocse, si distingue per essere sistematicamente agli ultimi posti per numero di laureati (anche tra i giovani), per rapporto studenti/docenti, per numero di dottorandi, per sostegno al diritto allo studio e per finanziamenti pubblici (ben lontani dalla media Ue, contrariamente a quanto recentemente affermato da Matteo Renzi). Era così già dieci anni fa, ma invece che cercare di colmare il divario che ci separa da Francia, Germania, Svizzera, ecc.  

tutti i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi dal 2008 a oggi hanno realizzato la più disastrosa contrazione dell’Università nella storia repubblicana: -20% docenti di ruolo, -20% fondi pubblici, -20% studenti. Il tutto senza un dibattito democratico aperto e con l’aggravante sia da un drastico peggioramento della burocrazia, sia da un odioso accanimento contro le università del sud, evidentemente parte di un più ampio disinteresse nei confronti del futuro del mezzogiorno. 

 

Tutti i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi dal 2008 a oggi hanno realizzato la più disastrosa contrazione dell’Università nella storia repubblicana: -20% docenti di ruolo, -20% fondi pubblici, -20% studenti  

 

Perché mai un ricercatore straniero dovrebbe venire in Italia, dove gli ultimi finanziamenti alla ricerca di base (i cosiddetti bandi Prin) risalgono al 2015 per un totale di 92 milioni, contro gli 862 milioni della ben più piccola Svizzera nel 2016? 

Perché mai dovrebbe venire in Italia dove la burocrazia imposta alle Università fa sì che gli acquisti richiedono mesi? Perché mai dovrebbe venire in Italia dove non si riesce neanche a sostituire chi va in pensione? Anziché affrontare schiettamente queste domande, comprensibili da chiunque, politica e media continuano a far finta che la causa di tutti i problemi siano la corruzione, gli sprechi o i “baroni”. 

 

Intanto l’Università italiana sta morendo e con essa una componente essenziale del futuro dell’Italia. Se l’Italia non vuole diventare il primo paese ex-avanzato della storia contemporanea - un rischio sempre più concreto se continuano le politiche di questi ultimi anni - si deve investire rapidamente e massicciamente in istruzione e ricerca. L’ha sottolineato di recente anche il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, ma è un concetto chiaro da anni alle élites di Parigi, Berlino, Bruxelles, Vienna, ecc. Insomma, Roma, “fate presto”: lo spread dell’ignoranza sta affondando il nostro futuro. Basta focalizzare il dibattito sull’Università sulle condizioni del sistema per rendersene conto.” 

 


[Numero: 83]