università che vogliamo

Nell’archivio del vescovo

Personalmente mi sono laureato da studente lavoratore intorno ai quarant’anni, e l’ho fatto per mettere fine ai tormenti di mia madre, che mi ha minacciato per decenni di morire di crepacuore se non le davo la soddisfazione di un laureato in famiglia; l’ho fatto, mi sono beccato il bacio accademico, ho comprato il diploma nella versione più costosa in carta pergamena e mia madre ha finito i suoi giorni in quasi serenità, con la mia laurea appesa al capo del letto a fianco della Madonna della Guardia. Mi sono laureato in una materia di cui tuttora mi sfuggono solidi fondamenti scientifici e una pratica utilità, la sociologia, e mi son ben guardato dal farne qualsivoglia uso professionale o che altro. Ciò non di meno quella laurea ha cambiato la mia vita, lo ha fatto in modo radicale e fecondo, e per questo siano benedetta mia madre e il professore che mi ha imposto la tesi. La mia tesi, pubblicata in tre tomi per complessive 750 pagine, ha eviscerato un tema di storia sociale per cui non nutrivo nessunissimo interesse, ma che interessava moltissimo al mio relatore, in pratica ho sgobbato due anni buoni per lui chiuso in un tenebroso archivio segreto vescovile a ricopiare a mano, gli archivi vescovili rifuggivano dalle fotocopie ancora negli anni ’80, quello che pensavano i parroci dei loro turbolenti parrocchiani. Ma in cambio ho imparato una cosa di decisiva, vitale importanza di cui ignoravo persino l’esistenza: la disciplina nell’applicazione a un compito, la costanza nell’applicazione, lo sforzo inventivo per dare un metodo produttivo all’applicazione della disciplina, e il piacere della scoperta che segue alla costanza, l’utile fatica. Credo di essermi fatto adulto in questo modo, e credo che fosse questo il senso primo dell’universitas, crescere dei giovani umani per dare al mondo degli adulti capaci di un sapere adulto.


[Numero: 83]