università che vogliamo

Nel Sud dove serve sviluppo atenei sempre più poveri

Negli ultimi anni il sistema universitario italiano è stato investito da un turbinio di cambiamenti, in larga misura sfuggiti alla considerazione dell’opinione pubblica.

Il più rilevante è stata la decisione, avviata dal governo Berlusconi e confermata da quelli che l’hanno seguito, di ridurre molto il finanziamento pubblico dell’università italiana. Finanziamento che già era, e oggi è ancor di più, assai modesto in comparazione internazionale: l’Italia spende circa 100 euro pro capite per l’università, contro circa 350 in Francia e Germania e 600 negli Scandinavi. Una decisione che non pare lungimirante, dato che l’Italia ha una percentuale di laureati fra i giovani fra 30 e 34 anni nettamente inferiore rispetto alla media europea; che difficilmente aumenterà. Si è deciso che all’Italia servono e serviranno pochi laureati: scelta politica assai contestabile, dato che le tendenze dell’economia e le dinamiche tecnologiche suggeriscono che nei prossimi decenni è indispensabile disporre di una forza lavoro con un elevato grado di istruzione. Una conseguenza dei tagli è stato il forte aumento delle tasse universitarie; in presenza di sostegni per gli studenti risibili, ciò ha determinato una contrazione delle immatricolazioni in particolare degli studenti provenienti dalle famiglie più deboli. Anche questa una scelta politica, figlia di un approccio liberista estremo che vede nell’università un servizio i cui benefici vanno solo a chi lo “acquista” (e quindi lo deve pagare, caro) e non a vantaggio dell’intera società. E se i poveri non possono, pazienza.

Anche per far digerire alla comunità accademica (per la verità assai poco reattiva) queste scelte, le riduzioni di finanziamento sono state molto differenziate fra sedi, attraverso un tourbillon di indicatori “premiali” (cambiati tutti gli anni e tutti definiti dopo aver avuto a disposizione i relativi dati), di decisioni estemporanee (come quelle approvate, assai incongruamente, nell’ambito delle ultime leggi di stabilità), di scelte particolaristiche. Si è diffusa la convinzione, sostenuta con forza dall’ex Presidente del Consiglio Renzi e dai suoi collaboratori, che sia utile avere atenei di serie A, verso cui concentrare le poche risorse, e di serie B, da lasciare al loro destino. Curiosamente, non è stato mai prodotto alcun documento che provi a spiegare perché questo sarebbe utile all’Italia, al di là delle battute da bar sull’obiettivo di avere alcuni atenei nelle “classifiche internazionali”. Vi sono molti motivi per pensare che per l’Italia sarebbe meglio orientarsi verso il sistema tedesco: una rete nazionale di università tutte di buona qualità. Se vi sono corsi o dipartimenti con qualità insufficiente (per la verità assai pochi in Italia) vanno migliorati, non chiusi. Un sistema articolato e diffuso produce molti effetti positivi: aumenta le scelte degli studenti, con flussi migratori più articolati; consente collaborazioni sulle attività di ricerca; favorisce lo sviluppo delle economie regionali, attraverso trasferimenti di tecnologie, imprese spin-off, collaborazioni con il tessuto produttivo. Quest’ultimo punto è essenziale in un paese così differenziato come l’Italia. Invece, queste scelte stanno avendo un fortissimo impatto territoriale: con un vistoso depauperamento delle università in regioni come la Liguria, e in genere nel Centro-Sud. Dove c’è più bisogno, come nel Mezzogiorno, di aumentare i livelli di istruzione e favorire lo sviluppo economico si sta riducendo ai minimi termini il sistema universitario.

Di questo terremoto il Parlamento, i partiti (o quel che ne rimane) si sono interessati pochissimo. Le scelte sono state delegate ad alcuni dirigenti ministeriali e all’agenzia ANVUR (che, distorcendo le sue finalità, svolge un ruolo tutto discrezionale e non di supporto tecnico), orientati ideologicamente in modo estremo. Come affermato anche in una recente sentenza della Corte Costituzionale, scelte decisive sono state prese non con voti parlamentari ma con provvedimenti all’apparenza tecnico-attuativi. Una politica assente e distratta, sta avallando colpevolmente cambiamenti che avranno impatti, prevalentemente negativi, per decenni.


[Numero: 83]