università che vogliamo

L’impronta di Napoleone spina dorsale della Francia

In Francia le Università sono affiancate dalle «Grandes Écoles», create nel corso del XVIII secolo con l’intento di fornire i quadri dirigenti ai grandi corpi dello Stato: dalle Forze armate alle «Acque e Foreste», dall’ «École des Mines» ai «Ponts et chaussées», dai «Porti e Arsenali» alla Scienza veterinaria, dall’«École Polytechnique» alla celebre Ena («École Nationale d’Administration», da cui escono i cosiddetti “enarchi” che sono la spina dorsale dell’amministrazione dello Stato, ancor oggi), alla Scuola Normale Superiore, analoga alla nostra di Pisa. Nel corso del XIX secolo sono state aggiunte l’ «École d’arts et métiers», «Sciences Politiques», l’«École centrale des arts et manufactures», «École d’ingénieurs en génie des systèmes industriels». Non c’è ambito strategico della crescita industriale e amministrativa della società che non sia innervato da un sistema di formazione al quale si accede sempre per concorso, per dare applicazione all’art. VI della «Dichiarazione dei diritti del cittadino» del 1789, in modo che gli impieghi siano conferiti ai cittadini «secondo la loro capacità, e senza altra distinzione tra essi che quella delle loro virtù e dei loro talenti».

In questo modo, lo Stato è parte essenziale della formazione del cittadino, ma anche della sua carriera: si rafforza il legame di reciprocità, sicché lo Stato stesso non è conosciuto solo per le tasse ma anche per le opportunità di riuscita che offre ai propri cittadini. Naturalmente anche la Francia conosce la crisi delle Università, troppo moltiplicatesi (anche se un po’ meno che in Italia, ove sono ormai pari alle province, e dunque assai spesso provinciali…), con insegnamenti poco più che post-liceali e scarsi fondi per la ricerca. Ma il parallelismo finisce qui: perché le «Grandes Écoles», alle quali vanno aggiunti «Istituti» di eccellenza come il Curie e il Pasteur, come pure un Cnrs (equivalente del nostro Cnr) che ha 32.000 ricercatori e un budget nel 2015 di 3,3 miliardi di euro (il nostro Cnr, tanto per commisurare, 8.400 ricercatori) continuano a svolgere una funzione essenziale nello sviluppo della nazione.

Si può naturalmente osservare che questa forza dell’Amministrazione genera anche un certo gigantismo, una macchinosità procedurale irritante, una concentrazione parigina che suscita insofferenza nel resto del Paese: per questo molte scuole sono state decentrate, a Lione (Scuola dei Bibliotecari di Francia), a Clermont-Ferrand (l’Istituto Nazionale della Sanità), a Tolosa (il Centro nazionale di Studi spaziali), e così via. E tuttavia, dantescamente, è meglio soffrire “per troppo di formazione” che arrancare – come da noi – “per manco di formazione” statuale.

Chi scenda “aux Invalides”, a Parigi, nella cripta funebre di Napoleone, vedrà illustrate certo le battaglie vinte, ma soprattutto una suite di 10 bassorilievi scolpiti da Simart, che raffigurano le principali realizzazioni del suo regno : pacificazione della nazione, centralizzazione amministrativa, creazione del Consiglio di Stato, del Codice civile, Concordato, Università imperiale, Corte dei Conti, Codice del Commercio, Grandi Lavori pubblici, Legione d’onore. Questa struttura napoleonica dello Stato permane salda e genera la coscienza che esso rimanga la miglior risorsa del cittadino.

Certo non basta creare buone condizioni di ricerca perché la ricerca ci sia: è poi sempre il talento individuale che la nutre, la ispira, che innova; da questo punto di vista il contributo dei ricercatori italiani (come nel resto d’Europa) è molto alto e qualificato. E il problema principale oggi, nonché la vera sfida politica che ci sta di fronte, non è tanto che vengano fatte leggi per il “rimpatrio dei cervelli” (quando poi non c’è sufficiente competitività dei laboratori di ricerca nazionali), sebbene piuttosto che l’Europa cambi passo e si integri rapidamente divenendo un’unica nazione policentrica: allora sì che da Parigi, come da Berlino, da Londra, da Bruxelles, la ricerca italiana ritroverebbe un ruolo certo eminente, e spesso di primato.

Unire la ricerca europea, unire l’Europa, per ritrovare l’Italia: compito difficile, ma le forze in campo sono già distribuite nei nodi strategici; basta riconoscerle e fornir loro una sorta di “assise”, un «Foreign Office » della ricerca italiana che supplisca alle lacune delle università italiane.


[Numero: 83]