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L’alibi del numero chiuso e l’uso improprio dei master

È un dato di fatto: dall’anno accademico 2017/2018 i corsi delle facoltà umanistiche della Statale di Milano saranno a numero chiuso. Per frequentare Storia, Filosofia, Lettere, Beni culturali e Geografia bisognerà superare una prova di ingresso. Il dibattito è annoso e vede schierati due fronti opposti: da una parte chi sostiene si tratti di uno strumento efficace per migliorare la qualità dell’insegnamento, dall’altro chi denuncia una mossa di comodo per nascondere la carenza degli investimenti pubblici.

In entrambi i casi, le posizioni hanno un punto in comune: l’insegnamento nelle facoltà umanistiche in Italia è in affanno. A fronte di eccellenze nel corpo docente, gli studenti si trovano di fronte a una serie di disagi. E non tutti possono essere ricondotti a un rapporto errato tra numero di studenti e docenti: alcuni sono problemi di metodo e di organizzazione.

In primo luogo, c’è il disorientamento. Lo smembramento delle facoltà in molteplici corsi di studio ha fatto sì che lo studente si trovi spesso di fronte a un’offerta formativa spesso troppo variegata e difficilmente comprensibile: un esempio, presso la facoltà di Lettere de La Sapienza di Roma esiste un corso in “Arti e scienze dello spettacolo” e un altro in “Letteratura, Musica e Spettacolo”. Davvero una sostanziale differenza negli insegnamenti giustifica tale divisione? In secondo luogo, nelle facoltà umanistiche, soprattutto a livello triennale, gli esami sono quasi sempre condotti in forma orale: l’espressione scritta e l’argomentazione accademica è bandita proprio lì dove sarebbe più opportuno coltivarla. Altro fatto discutibile, gli studenti sono indirizzati per lo più ad acquistare libri pubblicati dal proprio docente, alimentando inconsapevolmente un sistema malsano tra editoria e università. Infine, un paradosso: i curricula dei corsi di laurea in materie umanistiche non soddisfano i requisiti per l’accesso a uno dei loro naturali sbocchi professionali, l’insegnamento. Altri crediti universitari (cfu) devono essere aggiunti (a pagamento) per poter accedere alle classi d’insegnamento e ai corsi di abilitazione.

Oltre a questi disagi, una beffa. Nel 2016, secondo i dati Almalaurea, si sono laureati in ambito letterario con laurea di primo livello oltre 13.700 studenti, con una media di laurea di 104 e un’età di 25 anni. Nello stesso anno oltre 8.600 laureati hanno concluso un ciclo di laurea magistrale in ambito letterario, con una età media (alta) di 28 anni e un voto medio di laurea di 110,3. Ora, è evidente che il livellamento del voto di laurea è un livellamento del merito. Tanto più grave poiché circa il 70% di questi laureati è donna. A circa vent’anni dalla riforma che ha introdotto il sistema 3 + 2, l’illusione dell’università egualitaria si infrange così nello scoglio master. Se il titolo di laurea magistrale viene reso vano, la soluzione per emergere nel mercato del lavoro è aggiungere altri titoli. E qui il capolavoro italiano nello scimmiottare modelli stranieri: il master. In Francia e in Inghilterra, il master indica ciò che da noi è la laurea magistrale (un anno nel Regno Unito, due - master 1 e master 2- in Francia). In Italia è un percorso formativo ulteriore alla laurea, con accesso a numero chiuso e costi molto elevati. Il punto di contatto tra università e mondo del lavoro si realizza così con una selezione fatta (nel migliore dei casi) non solo su criteri di merito ma anche di reddito. Con il rischio di imbattersi in corsi curiosi: sempre a La Sapienza di Roma, si possono ad esempio seguire master come “Teorie e Strategie della Moda” (costo 3.500 euro), “Religione e mediazione culturale” (2.500 euro), “Teatro nel sociale” (3.500 euro). Non si vuole discettare sulla validità delle materie ma su due punti principali: 1) perché questi corsi non sono moduli universitari inclusi nel percorso accademico? 2) perché non si fa con la laurea magistrale quello che si fa con il master?

Per ottenere quest’ultimo risultato, bisognerebbe avere accessi selezionati proprio alle lauree magistrali, più che a quelle triennali. Ugualmente, una maggiore differenziazione nelle valutazioni di merito permetterebbe di avere un segno di distinzione all’arrivo sul mercato del lavoro. Chiedere maggiore qualità e impegno da parte degli studenti sarebbe un modo di rispettarli. Altrimenti ci ritroveremo sempre dentro a un film di Virzì, dove all’illusione della parità finisce per sostituirsi la realtà dei benefit di famiglia.


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