università che vogliamo

I sette saperi che mancano all'Italia per fare la vera rivoluzione dell’educazione

Un miliardo di posti di lavoro nel mondo sono a rischio automazione, tutta colpa dei robot, e 54 milioni lo sono nella sola Europa; lo afferma l’ultimo studio McKinsey sul futuro del lavoro, ma a comandare sarà sempre l’uomo, che però dovrà tornare a scuola, così ci rassicurano altri guru che non vogliono arruolarsi tra gli apocalittici. È un derby già visto nelle passate rivoluzioni industriali, che fa scattare la domanda: quanto e quale sarà il lavoro nei prossimi anni, e quali saranno e dove si costruiranno i saperi necessari del futuro? È certo che i saperi e le conoscenze saranno le chiavi per accedere al nuovo mondo, ma quale sarà il ruolo della filiera della conoscenza (scuola e università in primis) è ancora tutto da scoprire. L’offerta formativa è multipla. Ci sono infatti i saperi-saperi (le conoscenze di base, sempre necessarie), i saperi pratici (le competenze) e i saperi critici (di analisi e interconnessione). Nello scegliere il proprio futuro formativo non ci si può far condizionare dalle mode o dalla deriva tecnologica: le macchine, per quanto “pensanti”, sono un mezzo, non un destino. Sono soprattutto tre le grandi sfide che abbiamo di fronte: quali sono i settori su cui l’Italia (nel mondo) dovrà puntare, per finalizzare i percorsi di studio e ricerca; come adeguare (indirizzare) alle scelte la macchina della pubblica amministrazione; fino a che punto dovrà spingersi la rivoluzione dell’educazione, alla ricerca di temi, percorsi e luoghi in cui formare ai nuovi saperi necessari. Una possibile agenda dei sette settori prioritari del futuro è in parte tracciata: in primis, il digitale e il web (mancano nel nostro paese 6-700 mila tecnici qualificati nell’informatica e Ict); poi il green (dall’ambiente al biologico, alle nuove energie, dalla manutenzione del paesaggio alla valorizzazione dei beni culturali e del turismo); poi ancora le quattro A (Abbigliamento e moda, Arredamento e design, Alimentare e made in Italy, Automazione e industry 4.0), l’ossatura dei successi del passato, che vanno irrobustite e riadeguate. C’è poi il cantiere aperto dell’altro lavoro: da quello autonomo (artigiani e commercianti) ai professionisti (libere professioni e free lance), la cui sfida è aprirsi al mondo, ma soprattutto è necessaria la rivoluzione della Pa (Pubblica amministrazione). In questo cantiere ci sono molti lavori in corso («Eppur si muove») e ripartono le assunzioni, anche se fa sorridere leggere che nelle regole dei concorsi vengono riconosciute come innovazioni la conoscenza dell’inglese e l’apertura ai dottori di ricerca (meglio tardi che mai). Manca la visione d’insieme, il sistema-paese, una cabina di regia che con mano ferma guidi la crescita e un nuovo sviluppo. Per questo serve una grande rivoluzione dell’educazione, che porti ossigeno, competenze e saperi per la conquista degli obiettivi. Oggi nel mondo è scoppiata la guerra delle competenze, a cui il nostro paese non può non partecipare. Ci frenano la ristrettezza culturale e una visione burocratico-ministeriale dei piani di studio. Più che di programmi abbiamo bisogno di nuovi paradigmi. Dove si formano le conoscenze e le competenze? In Cina, Corea, Stati Uniti, Europa? Chi produce creatività e brevetti, non solo modelli d’uso o estetici, in cui siamo comunque maestri? Dove nascono i Big data e chi è capace di interconnetterli? E poi ancora: quali sono le nuove agenzie formative? Siamo sicuri che saranno le università le culle dei nuovi saperi? Nel mondo vince l’open source, le più prestigiose università americane mettono tutte le loro conoscenze su Internet, si moltiplicano i Mooc (Massive Open Online Course), gratuiti per tutti, all’insegna del connettivismo e dell’educazione aperta. Saltano le vecchie discipline, i saperi troppo parcellizzati. È questo, tra gli altri, il messaggio di Edgar Morin, che riprendendo Montaigne dice: «Meglio una testa ben fatta che ben piena»; e consiglia di educare all’incertezza e alla comprensione (cum-prehendere). Ma forse non tutti nelle nostre università sono in grado di comprenderne la lezione.


[Numero: 83]