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A ognuno la sua bolla ambientale: “follia” innovativa in architettura

«Torino è una città che invita al rigore, alla linearità, allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la via alla follia», scriveva nel 1960 Italo Calvino, che nella capitale sabauda trascorse parte della sua vita.

Purtroppo non passo moltissimo tempo a Torino, ma lavorare come architetto qui mi fa spesso riflettere sulle parole di Calvino. Più che di follia parlerei di una specifica capacità locale: quella di fare innovazione sgusciando dalla griglia inflessibile delle nostre strade.

Ci pensavo in questi giorni sul cantiere della Fondazione Agnelli di via Giacosa, ormai in dirittura d’arrivo. Il nucleo originario è la casa del Senatore Agnelli di corso Massimo D’Azeglio, luogo in cui a inizio Novecento prese il via una start-up capace poi di segnare il Paese: la Fiat. Negli anni Sessanta l’edificio fu trasformato in una delle prime fondazioni non-profit dell’epoca. Umberto Agnelli e l’architetto Amedeo Albertini volarono negli Stati Uniti per studiare le avanguardie nella progettazione degli spazi per uffici. Al rientro, Albertini concepì un grande ampliamento, che seguiva gli standard più avanzati dell’epoca.

Gabetti & Isola rimisero mano al progetto nei tardi anni Ottanta, aggiungendo quel tocco di “regionalismo critico” alla torinese che avevano iniziato a sperimentare fin dai tempi della Bottega d’Erasmo di via Gaudenzio Ferrari. Oggi l’intero complesso rinasce con un programma culturale che coinvolge non soltanto la Fondazione ma anche un vasto spazio di co-working gestito da Talent Garden, più altre attività sperimentali che verranno svelate alla riapertura dell’edificio, il 15 giugno.

Da parte nostra, con l’intervento architettonico ci siamo collocati all’incrocio tra lo spazio fisico e le nuove tecnologie dell’Internet delle Cose (in inglese Internet of Things, spesso abbreviato come IoT). Il modo di lavorare oggi sta cambiando in modo profondo – e questo ci invita a ripensare gli ambienti per uffici.

Perché non immaginare allora un edificio capace di rispondere meglio alle persone che lo abitano? Uno spazio in cui molte attività possano essere controllate da un unico portale: una App con cui svolgere il check-in iniziale, la prenotazione di una sala riunioni, la gestione delle scrivanie condivise nel co-working, e magari anche la regolazione della climatizzazione interna. Oggi con le tecnologie IoT possiamo trasporre sulla scala architettonica quello che già accade nell’abitacolo delle automobili: dove anziché imporre parametri ambientali uguali per tutti, ogni singolo passeggero può regolare il calore e il flusso d’aria desiderati – la propria “bolla termica”. Nel caso della Fondazione Agnelli, questo avverrà grazie a centinaia di sensori disseminati nell’edificio, capaci di monitorare variabili come la temperatura e i livelli di CO2 e di interagire con una serie di ventole che possono accendersi e spegnersi a seconda del passaggio o della permanenza di una o più persone in una certa area.

Per di più, grazie alla flessibilità introdotta dalle connessioni wireless, anche il grande giardino potrà diventare uno spazio di lavoro, curato dal paesaggista francese Louis Benech, già autore del ridisegno della distesa verde delle Tuileries a Parigi. A regime il nuovo complesso diventerà così un luogo nel quale sperimentare nuovi stili di vita, in equilibrio tra tecnologia e natura, interni ed esterni – inseguendo la nostra innata tendenza alla “biofilia” (per usare il termine usato dal biologo E.O. Wilson).

Quest’incontro tra passato e futuro, in uno spazio ibrido che concilia il mondo degli atomi e quello dei bit, vuole reinterpretare quello spirito di Torino di cui dicevamo all’inizio. Sarà forse follia, come scriveva Calvino, ma di una specie positiva: follia di innovare.


[Numero: 82]