Tu chiamala se vuoi inclusione

Se i maestri sanno camminare nessuno studente resta indietro

A 30 anni dalla storica sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto la strada all’integrazione degli studenti handicappati – oggi parleremmo di inclusione di studenti con disabilità, anche l’attenzione al linguaggio testimonia la maggior sensibilità al tema –, ci si può chiedere se la scuola sia davvero riuscita a «rimuovere gli ostacoli economici e sociali allo sviluppo della persona», come recita l’art. 3 della Costituzione richiamato dalla sentenza. Sulla carta, sì; in pratica, spesso no.

Dopo la sentenza del 1987, le leggi hanno posto l’Italia all’avanguardia. Mentre in Francia e Germania esistono ancora scuole speciali e classi differenziali, qui gli alunni con disabilità certificata (ma anche con difficoltà di apprendimento, come i dislessici) sono pienamente inclusi nelle classi, al pari dei loro compagni.

Ma come si compensano le loro maggiori difficoltà, in modo da renderne l’inclusione efficace anche dal punto di vista degli apprendimenti ed evitare pesanti ritardi scolastici? La normativa ha due punti fermi: primo, gli studenti con bisogni speciali possono avere obiettivi personalizzati, in parte diversi dai loro compagni; secondo, hanno diritto a un sostegno da parte di insegnanti specializzati, in misura proporzionale alla gravità dei problemi fisici o cognitivi. Lo sforzo fatto dal nostro Paese è enorme: gli insegnanti di sostegno sono più di 130.000; la spesa annua si aggira sui 4 miliardi di euro. L’insegnante di sostegno consente a chi fa più fatica di seguire il proprio percorso, secondo i tempi e i modi più giusti per lui; d’altronde, la presenza di allievi disabili in classe è un arricchimento, non solo per loro stessi, ma per tutti i compagni che imparano che il mondo è fatto da persone molto diverse e tutte con uguali diritti. Sicuramente, da questo punto di vista, la scuola italiana forma cittadini migliori.

Che cosa non funziona, dunque? Spesso l’inserimento dei disabili è solo sulla carta. Gli insegnanti ordinari vogliono finire i programmi (che non esistono più….) ed evitare le critiche dei genitori degli altri studenti, spesso comprensibilmente timorosi che i loro figli siano costretti a rallentare per “tenere il passo” del vagone più lento. Così non fanno alcuno sforzo per adattare la propria didattica alle esigenze degli allievi più fragili, delegandone la cura interamente agli insegnanti di sostegno. Questi ultimi non sono sempre adeguatamente formati e hanno in passato utilizzato il sostegno come scorciatoia per entrare più in fretta in ruolo, abbandonandolo dopo pochi anni. Capita dunque che gli studenti con disabilità non ricevano insegnamenti adeguati e, pur inseriti nella classe, ne siano di fatto isolati (nei giochi, nello sport, nelle feste di compleanno). Solo l’impegno di docenti di sostegno dedicati e appassionati rende la loro presenza accettabile. Ma così si perde il senso dell’inclusione e non si prepara al successivo salto nel lavoro e nella vita adulta.

Si può tornare allo spirito originale della sentenza di 30 anni fa? Si può. Con l’Iprase di Rovereto, la Fondazione Agnelli ha sperimentato un modello che affida le responsabilità dell’inclusione all’intero gruppo di docenti della classe, non solo a quelli di sostegno. L’obiettivo è, anzi, quello di superare - nel tempo - la figura dell’insegnante di sostegno. Il modello esige un grande investimento nella formazione di tutti i docenti. I risultati sono positivi: né gli studenti con disabilità né i loro compagni sono penalizzati dal punto di vista scolastico; la motivazione dei disabili cresce; la loro integrazione è più forte. La lezione è che solo rinnovando profondamente le competenze didattiche degli insegnanti si può garantire a tutti livelli di apprendimenti adeguati e abituare i nostri studenti a vivere fianco a fianco con ragazzi “diversi”. Che è poi il sale della democrazia.


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