Tu chiamala se vuoi inclusione

Le “Sonderschulen” tedesche e quella triste continuità storica

E un giorno, dopo tanti anni di vita in Germania, una conoscente, un amico della comunità italiana, qualcuno che potresti anche essere tu, si imbatte nelle Sonderschulen, le scuole speciali. Una realtà che appena prende forma, mostra tutto il suo volto sconcertante: ci sono testimonianze di genitori, pedagogiste, psicologi, un passaparola spaventato e ostile fatto di esperienze personali, storie sentite e poi giudizi certo, un coro indignato per l’atteggiamento generale dei tedeschi verso l’inclusione scolastica, riassumibile in un pensiero brutto e cattivo, raccolto sul cammino: «Non sono cambiati, per quanto riguarda la diversità sono sempre gli stessi: i tedeschi il razzismo ce l’hanno nel Dna».

In Italia, grazie alla legge che ha abolito le scuole speciali e che ha compiuto da poco quarant’anni, sembra evidente che bambini cosiddetti normali e bambini affetti da disabilità – o con bisogni speciali - debbano crescere frequentando le stesse strutture scolastiche. In Germania no: ed è difficile nascondere la delusione quando ci si accorge che la maggioranza pensa il contrario. Non solo i conservatori, ma anche persone di sinistra che magari hanno pure partecipato a quel movimento sessantottino di cui la legge italiana, del 1977, è figlia, nata proprio nell’anno in cui secondo alcuni dei protagonisti si stava perdendo definitivamente il portato virtuoso di quel grande laboratorio politico. Eppure quella legge, così come quelle che hanno abolito i manicomi nel 1978 e l’accesso ristretto all’università nel 1974, sono la prova che qualche cambiamento duraturo della società in quegli anni è stato partorito e che a personaggi come il linguista Tullio De Mauro è riuscito allora il miracolo di appassionare gli insegnanti e la società civile alle tematiche della scuola democratica e inclusiva. In Germania questo non è successo: ci sono le Sonderschulen, l’accesso all’università è riservato solo ad alcuni, e già quando avrà nove anni sarà abbastanza chiaro se vostro figlio avrà la possibilità di andare all’università o no. Le scuole che consentono l’inclusione esistono ovviamente, ce ne sono diversi modelli, alcune sono attive da qualche decennio e hanno un’ottima fama. Ma restano una assoluta minoranza. E i tentativi che ogni tanto si propongono di accrescere la simpatia dell’opinione pubblica per le Inklusionschulen, vanno spesso falliti.

La regista Hella Wenders ad esempio, nipote dell’omonimo regista, con Berg Fidel, un documentario del 2011, ha raccontato la storia di una scuola elementare inclusiva di Münster, facendo parlare anzitutto i bambini, adesso adolescenti, a cui ha dedicato anche un secondo film che sta per uscire nei cinema tedeschi. Il suo primo documentario è stato stroncato dal settimanale “die Zeit”, rivista di ispirazione progressista, che ha accusato il film di sentimentalismo, di malafede e persino di una sorta di conflitto di interessi, visto che la mamma della regista è insegnante in quella scuola. Un altro documentario, “Ich. Du. Inklusion” (Io. Tu. Inclusione) di Thomas Binn è appena uscito nei cinema tedeschi. Lo annuncia il settimanale Spiegel nel numero del 6 maggio in cui dedica un lungo servizio al dibattito sulle scuole inclusive annunciato nel sommario con il titolo già di per sé rivelatore “Inklusion/Illusion”. A leggerlo sembra che la Repubblica federale sia uno Stato sull’orlo della bancarotta a cui un duro colpo viene sferrato dalla convenzione dei diritti dei disabili dell’Onu in vigore in Germania dal marzo 2009, che impone appunto che «alle persone con disabilità sia garantito in maniera paritaria rispetto agli altri membri della società l’accesso a un insegnamento inclusivo, di alto livello, gratuito, sia alla scuola elementare che negli ordini scolastici successivi». L’altro tasto su cui si continua a battere con toni catastrofisti è il rendimento scolastico. Spiegel ci torna più volte, scegliendo le testimonianze giuste, che assicurano: se accogliamo bambini con bisogni speciali in una classe di normali è inevitabile che il livello si abbassi perché l’insegnante deve orientare sui più deboli le sue spiegazioni.

A un certo punto si parla anche dell’Italia, l’unica nazione in Europa insieme alla Norvegia ad aver abolito le scuole speciali. E fa piacere notare che «frotte di politici e di insegnanti tedeschi si recano perciò da un po’ di tempo in Italia, preferibilmente nel germanofono Sud-Tirolo». Lì loro guida è un’insegnante di matematica, Veronika Pfeifer, referente per l’inclusione all’intendenza scolastica di Bolzano. Quando le chiedono se ritiene che la politica dell’inclusione sia realizzabile in modo analogo in Germania risponde: «Quando parlo con i miei visitatori (tedeschi) percepisco una pressione per quanto riguarda il rendimento che è molto più forte che da noi. L’inclusione è difficilmente compatibile con un sistema scolastico con l’accento sulla performance come quello tedesco». Colpisce che in Germania non si capisca l’enorme valore, anche simbolico certo, che ha per una democrazia la scuola comune, il fatto che tutti i bambini frequentino le stesse strutture scolastiche. E pur ritenendo assurdo e inconcepibile il riferimento al razzismo a tale riguardo, nell’esistenza di un insegnamento separato per i bambini affetti da disabilità non si può non cogliere una continuità storica con la politica del nazismo per cui ogni forma di disabilità rendeva cittadini meno degni.


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