Tu chiamala se vuoi inclusione

La Spezia, ottobre 1972 il primo bimbo cieco entra in classe da fuorilegge

Nell’anno scolastico 1972/73 sono stato l’insegnante di sostegno del primo bambino non vedente che ha potuto frequentare una scuola statale di questo Paese. Eravamo fuorilegge, allora i ciechi non potevano mettere piede nella scuola di tutti gli altri, nemmeno nelle classi differenziali come gli altri portatori di handicap, li mandavano tutti negli istituti, infatti non esisteva nemmeno l’insegnante di sostegno e io ero ufficialmente un collaboratore domestico pagato dalla Provincia, a ben vedere era fuorilegge anche la Provincia. Avevo vent’anni, mi ero diplomato maestro e fatto un corso di un anno per l’insegnamento ai non vedenti. Entrammo nella classe 1a della scuola elementare di via Monteverdi alla Spezia con le maestre e i loro alunni che ci aspettavano per farci festa, anche loro fuori legge, visto che entravamo contro ordini e volontà del direttore didattico, del provveditore, del ministro e del prefetto, e non c’era la Celere al portone per impedirci il reato perché ad accompagnarci c’era tutta la commissione di fabbrica del padre di Maurizio, quel bambino si chiamava come me, una dozzina di operai con le bandiere del sindacato dei metalmeccanici al vento. Ci fu un gran parlarne in tutto il Paese e gran scalpore, e sembrava che la Nazione tutta fosse con i fuorilegge, che avesse aspettato con trepidazione il momento della rivolta per l’uguaglianza e delle pari opportunità per tutti i suoi figli; tanto per capirci un settimanale popolare di quelli che più pop non si poteva titolò su due pagine «Ma si può essere così cattivi?» e ci sbatté sotto la faccia del direttore didattico, incredibile che possa sembrare il settimanale di fumetti L’Intrepido ci dedicò una storia di 24 quadri, già, una graphic novel. Qualche settimana dopo a entrare in scuola fu Vania e poi di lì fu tutta discesa, fino alla legge, fino a oggi. Come fu possibile? lo fu perché il capo dell’Unione Ciechi di Spezia era Ferro, un intellettuale sovversivo amico di Basaglia, lo fu perché il ’68 non era solo una abbuffata di fantasie eversive, e l’autunno caldo non solo una faccenda di salari, e nelle giunte rosse c’erano un sacco di persone serie, e io pensavo che la rivoluzione fosse lì, in quel bambino che entrava a scuola, e come me lo pensavano tanti padri e madri e maestre e bidelli che quella rivoluzione, non altre ma quella, se la sentivano nell’anima, proprio lì. E Basaglia, c’era Basaglia, Franco Basaglia e i suoi, e non solo quello che avevano detto e scritto, ma quello che avevano fatto e spingevano a fare. E la mobilità, la fluidità dello stato delle cose, l’indeterminatezza dei poteri, una rete di occasioni e opportunità, così che da una città di provincia un maestro di vent’anni poteva prendere e andare ovunque a conoscere, a capire e a imparare da buoni maestri che non dicevano mai scusi ma purtroppo ho un impegno. Non era un altro Paese, è stata un’altra età.


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