Tu chiamala se vuoi inclusione

La diversità è perturbante e si diventa razzisti già a 8 anni

Matteo Schianchi, è uno studioso strano. Gli piacciono la storia , le scienze sociali e i disabili. Mettendo assieme queste passioni ha scritto due libri che sono diventati una piccola stella polare sui temi della diversità. Il primo si intitolava La Terza Nazione del Mondo (Feltrinelli), il secondo Storia della disabilità, dal castigo degli dei alla crisi del welfare (Carocci), un lungo e agile viaggio sul tema dell’inclusione.

In che cosa è cambiato nel tempo il nostro rapporto con la disabilità?

«Il tempo ha prodotto una sorta di democratizzazione della disabilità. Una volta i disabili appartenevano alle classi più basse. Ai ceti disagiati che non potevano permettersi il cibo e vivevano in condizioni igieniche tremende. Da un secolo a questa parte i parametri sono diversi. Le cause che producono disabilità si sono moltiplicate, diventando trasversali. Basti pensare alla rivoluzione industriale con le menomazioni prodotte dalle macchine. Oppure, restando ai giorni nostri, alle malattie. O più ancora agli incidenti stradali».

Gli incidenti stradali sono un fattore centrale?

«C’è un dato che mi colpisce sempre molto. In Italia ogni anno ventimila persone restano disabili a causa degli incidenti stradali. Centocinquantamila in Europa. Per ogni morto sulle strade ci sono venti persone che restano menomate. Un dato completamente nuovo rispetto a cento anni fa».

Oggi però la società è in grado di includerli.

«Non sempre. Di certo la medicina ha alzato l’età media dei disabili rendendola pressoché sovrapponibile a quella dei normodotati. Ma le disabilità non sono solo fisiche. Ci sono quelle intellettive, sensoriali e psichiche. Il disagio psichico, penso alla depressione, è molto forte».

La scuola italiana include o esclude la diversità?

«La nostra legge è la sola in Europa che da 40 anni costruisce un percorso unico per gli alunni con e senza disabilità. Il modello pedagogico è inclusivo. I bambini crescono in un ambiente misto in cui la diversità è normale».

È una pratica quotidiana o è solo teoria?

«A scuola spesso si costruiscono dei percorsi separati e soprattutto manca l’elaborazione culturale di un’esperienza che invece andrebbe messa a tema. Perdiamo una opportunità gigantesca di creare inclusione. Alla primaria l’alunno con disabilità è la mascotte, poi, crescendo, il rapporto con i compagni diventa sempre più distante. A 8-9 anni si è già inconsapevolmente razzisti, se posso usare il termine in senso lato, e questo riguarda tutti i tipi di diversità».

Perché allontaniamo i disabili?

«Freud, usando un’espressione che a me continua a piacere molto, diceva che la diversità è perturbante. Bisognerebbe affrontarla ed elaborarla. È l’unica strada per normalizzarla. Se non lo si fa la questione resta annidata in un angolo e quando i ragazzi diventano autonomi, meno controllati dal vincolo sociale scolastico, il razzismo torna fuori. E allora mi chiedo: la scuola costruisce elementi inclusivi alla fine del ciclo di studi?».

Pochi?

«L’impressione è questa. A sei anni entri a far parte di un gruppo. E quando esci dalla scuola a diciotto hai frequentato sempre e solo la stessa classe sociale. Capita ai normodotati e capita ai disabili».

Perché uno studioso di storia come lei si occupa di diversità?

«Ho unito il percorso di studio legato alla storia e alle scienze sociali al percorso personale. Ho avuto un incidente in moto quando avevo 17 anni».

Quando si comincia a parlare di disabilità nella storia?

«Subito. Già nelle società preistoriche. La diversità è sempre stata un problema. Che spesso è stato affrontato con la magia o la superstizione. Con l’isolamento. O con il ricorso alla religione: la disabilità vista come un castigo del cielo. Gli dei che avvertono la collettività: non sfidate la nostra collera».

Questa settimana una signora ha scritto una lettera al Corriere della Sera sostenendo di non riuscire trovare lavoro perché troppo brutta. “Ho il viso deturpato dalla nascita per colpa del forcipe e nessuno mi vuole anche se sono qualificata”.

«Mi viene in mente Stigma, il libro di Goffman sull’identità negata. Comincia proprio con la lettera disperata di una ragazzina che non avendo il naso viene esclusa da tutti. Il mostro è l’archetipo fondamentale».

Cioè?

«Mostro viene da mostrare. L’anomalia corporea è subito individuabile e va soppressa. Nel 450 avanti Cristo le leggi romane prevedevano la morte del bambino deforme. A essere interessante non è tanto la violenza del gesto, quanto la decisione di trasformare il problema in un dibattito collettivo».

Quando cambiano le cose?

«Sul finire del Cinquecento. Ci si comincia ad occupare di quelli che allora si chiamavano sordomuti. Si capisce che queste persone non riescono a parlare perché non sentono. Prima erano considerati delle bestie, proprie perché la differenza tra l’uomo e l’animale era la parola. La lettura pedagogica che avviene in Spagna con Ponce de Leon e poi in Italia alla fine del Cinquecento è rivoluzionaria».

È una rivoluzione pubblica o privata?

«Inizialmente sono interventi privati, ecclesiastici, volontari. Il primo istituto pubblico per sordomuti arriva solo nel Settecento. Sempre nel Settecento ci si comincia a occupare dei ciechi, nell’Ottocento delle disabilità intellettive, infine di quelle fisiche. Nel 1874 Gaetano Pini fonda a Milano il primo istituto ortopedico destinato soprattutto ai bambini rachitici con lo scopo non solo di curarli, ma anche di istruirli».

Siamo al Novecento.

«Il Novecento registra due grandi fenomeni. Il primo, di cui abbiamo detto, è la a rivoluzione industriale, che in Italia arriva tardiva. Il secondo è la Grande Guerra. I numeri diventano enormi, gli invalidi sono oltre mezzo milione e lo Stato è costretto a farci i conti».

Sono gli anni in cui Marinetti invita le donne a sposare i mutilati di guerra.

«E sono anche gli anni in cui nasce l’espressione popolare “scemo di guerra”. Perché ai disturbi fisici si aggiungevano anche quelli psicologici».

Quando si arriva allo Stato Sociale?

«E’ la Costituzione a imporlo. Si sviluppano due filoni. Uno legato al mondo del lavoro, l’altro a quello della salute. Nascono anche moltissime associazioni. Inoltre la medicina fa passi da giganti e vengono classificate delle condizioni di disabilità prima inimmaginabili. Un processo che arriva fino ai giorni nostri e che le neuroscienze hanno reso ancora più sofisticato».

La tecnologia non è però solo macchinari cattivi.

«E’ vero. La tecnologia ci aiuterà e ci trasformerà. Ma oggi l’immaginario collettivo non è ancora cambiato. Non mi pare che nei confronti delle disabilità classiche ci sia quella forma di attenzione che dovrebbe essere ovvia. E la lettera della signora deturpata dal forcipe lo conferma».


[Numero: 81]