Tu chiamala se vuoi inclusione

Italia paese delle leggi buone e belle condannate a non diventare realtà

A partire dalla Costituzione, considerata una delle più belle del mondo, il nostro è un Paese che ha tante leggi importanti, veri capisaldi del vivere civile. Non sempre però riusciamo a valorizzarle e spesso dimentichiamo quanto siano fondamentali. Parliamo della 104, una legge fondamentale per le persone disabili, nata trentacinque anni fa sulla scorta della 517, che l’ha preceduta di 5 anni. A che cosa la associamo abitualmente? All’abuso della normativa da parte dei furbetti, soprattutto del Sud. Sì, perchè spesso si pensa che non sia possibile che al Sud ci siano più disabili che al Nord. Invece è proprio così. E non ce lo dicono le certificazioni della 104/92, ma i dati dell’Istat raccolti sulla base di un set di domande dettagliate sulle difficoltà che si incontrano nella vita quotidiana. Basti pensare che i disabili sono il 6,8% nelle Isole e il 4,6% nel Nord Ovest. Là dove c’è più povertà, c’è anche più disabilità e generalmente peggiori condizioni di salute.

Non che furbetti e disonesti non esistano - e che vadano comunque severamente puniti - ma ciò non può far dimenticare che la 104/92 ha anticipato la Convenzione dell’ONU sui disabili, e che ha fatto dell’inclusione un obiettivo strategico delle politiche sociali. La legge individua i punti critici su cui agire lungo il percorso di vita delle persone disabili più o meno gravi, per garantire la loro inclusione nella famiglia, nella scuola, nella società. E ciò è valido per tutti: italiani, stranieri, apolidi, nessuno escluso, come è giusto che sia e come vuole la nostra Costituzione. L’istruzione viene considerata come un tramite fondamentale per l’integrazione sociale, dall’asilo nido all’università. L’obiettivo è garantire il diritto allo studio realmente, e non solo sulla carta. La legge parla di adeguate dotazioni didattiche e tecniche, di criteri di valutazione, di personale specializzato e costantemente aggiornato, della costruzione di un profilo dello studente che metta in rilievo sia le difficoltà di apprendimento sia le possibilità di recupero, della necessità del lavoro di squadra tra scuola, famiglia, e strutture sanitarie e assistenziali. Un approccio che non solo punta all’inclusione degli alunni con disabilità, ma che diventa una risorsa per l’apprendimento anche degli altri, attraverso la valorizzazione della personalizzazione e dello scambio. Senza considerare l’attenzione rivolta all’eliminazione delle barriere architettoniche, all’inclusione nel lavoro, nella società, nell’uso dei trasporti, nella fruizione dei luoghi , nella vita sociale e di comunità.

Purtroppo capita che le belle leggi del nostro Paese non riescano a tradursi poi in servizi reali adeguati per i cittadini, soprattutto dove ce ne è bisogno. La spesa sociale per la disabilità da parte dei Comuni, ad esempio, è più bassa là dove dovrebbe essere più alta, ovvero al Sud, in cui i bisogni sono maggiori: se la Val d’Aosta vi investe circa 4 mila euro annui, la Calabria arriva a poco più di 480 euro. Non bisogna stancarsi di ripeterlo: le nostre leggi più belle, e che ci fanno onore, vanno messe in condizioni di funzionare appieno. Miglioriamole anche, monitoriamole e valutiamone gli effetti, ma soprattutto smettiamo di considerare il sociale un costo e non un’opportunità di sviluppo del Paese. Investiamoci. Cresciamo tutti nella pratica del concetto di inclusione messo al centro da questa legge. E non lamentiamoci a scuola se non si va speditamente avanti sul programma, perché in classe c’è un bambino disabile o un bambino straniero. Quanto guadagneranno i nostri figli, dalla solidarietà e dal lavoro comune con quei bambini? Una ricchezza incommensurabilmente più grande dello studio di quattro pagine di storia in più.


[Numero: 81]