Tu chiamala se vuoi inclusione

Ironia e bisogni speciali, se la tv è Senza Parole

Un minivan nero e sporco sfreccia per le strade di Newport Beach, California: la famiglia DiMeo è in ritardo per il primo giorno di scuola. Alla guida Maya, la madre, che supera una colonna in coda passando per la corsia di emergenza, passa con il rosso un incrocio e accelera alla vista di una volante della polizia a bordo carreggiata. Un poliziotto vuole inseguirli, l’altro scuote il capo e dice: «No, non lei, non oggi. La vita è troppo corta per complicarsela». Il minivan frena solo quando arriva a destinazione, proprio sopra il parcheggio per i disabili, rubato all’ultimo istante a un’anziana a bordo di un’auto di lusso. La signora si lamenta: «Non vedo il tagliando per gli handicappati». Maya, suo marito e i suoi due figli non rispondono. Aprono il portellone posteriore del furgone e cliccano un tasto. Da una pedana elettrica inizia a scendere JJ, il loro figlio paraplegico, in sedia a rotelle e con una apparecchiatura à la Stephen Hawking per comunicare. JJ guarda la signora e le mostra il dorso della mano, rigido. Non riesce a piegare le dita, ma gli occhi dicono tutto. «Le sta facendo il dito medio - spiega la madre - sul gesto ci stiamo ancora lavorando».

Inizia così Speechless, “Senza parole”, una serie televisiva che finalmente racconta con ironia le fatiche quotidiane di un adolescente in sedia a rotelle paralizzato nel movimento e nella parola. Dalle difficoltà a superare le barriere architettoniche alle prime sbronze. Dagli incontri di fisioterapia al bisogno di dire le parolacce. Sì, perché JJ (interpretato da Micheal Fowler, anche lui colpito da paralisi celebrale infantile) si esprime muovendo la testa e proiettando una luce laser su una tavoletta di lettere e parole frequenti: sulla tavoletta che gli ha fornito l’ospedale ci sono espressioni da adulto educato, ma nel corso delle puntate si riuscirà a cambiarla con una dal linguaggio più colorito e gergale. In America Speechless va in onda dallo scorso autunno, in Italia è appena arrivata, distribuita sui canali satellitari di Fox. Fa ridere, è dissacrante e irriverente. Non parla solo di JJ, ma della famiglia - tutta matta – che gli gira intorno. La madre è una versione british del Don Chisciotte, paladina del politicamente corretto, isterica e iper apprensiva. Per suo volere la famiglia continua a cambiare scuola, in cerca del posto giusto a cui affidare il figlio. Il fratello e la sorella di JJ, invece, soffrono il loro ruolo di comprimari e reclamano una adolescenza normale. Il padre, invece, è l’uomo dal cuore d’oro e dal terribile senso pratico: i DiMeo sono poveri, disordinati e scapestrati.

Di puntata in puntata i caratteri dei personaggi si arricchiscono e le sfide si fanno sempre più difficili. A casa è difficile bilanciare bisogni speciali di un figlio e bisogni comuni degli altri. A scuola, analogamente, JJ viene trattato a seconda degli umori: se prevale l’eccesso di correttezza diventa un re, se invece gli studenti si disimpegnano viene marginalizzato. Come fare? Le risposte della sit-com sono diverse da quelle dei manuali. Fanno ridere, soprattutto. È la strategia opposta di molti libri, film e serie che hanno parlato di disabilità, inclusione e integrazione, in cui si punta sul dramma, le lacrime e i buoni pensieri. Dove, per intenderci, l’insegnante che sente il fardello dell’uomo bianco finisce nella classe di periferia e salva tutti. Un approccio ancora più diffuso nella nostra vita di tutti i giorni, perché la rappresentazione holliwoodiana della società finisce per influenzarci tutti. E vice versa. Nel tentativo di risvegliarci dal torpore e affrontare con più naturalezza i problemi della disabilità ci era già riuscito il film francese Quasi Amici. Ora tocca a Speechless. Ci insegna e ricorda che un ragazzo in sedia a rotelle può provarci con una cheerleader, anche senza poter muoversi e parlare. E che, sempre senza parole, può fare il dito medio a un’anziana signora.


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