Tu chiamala se vuoi inclusione

Il politically correct non c’entra Includere significa imparare

Inclusione è il termine che indica il livello di civilizzazione oggi più avanzato. Il testimone perfetto di una strategia di sopravvivenza elaborata per la contemporaneità è chi non ha paura di avere un atteggiamento inclusivo. Chi sinceramente include piuttosto che escludere come esercizio quotidiano, senza che sia mera ostentazione di virtù buoniste, è un sapiente stratega e dimostra molto più coraggio di chi lancia proclami e chiamate alle armi per presidiare i propri confini, sia fisici che culturali.

L’umanità si è evoluta proprio sul principio dell’inclusione, le grandi transumanze hanno fortificato e corroborato, le civiltà presidiate da fortificazioni e argini si sono estinte, o per entropia o per non aver capito che non esiste muraglia che qualcuno, prima o poi possa attraversare.

Non bisogna però rinnegare quella che è una conquista culturale, solo per alcune circostanze oggettive di cattiva gestione dei flussi migratori. Una mente inclusiva è la nostra salvezza, anche strumentalmente; chi è capace di riprogrammarsi sul mutare di circostanze esterne sopravvive più facilmente di chi resta abbarbicato a sistemi operativi mentali chiusi e obsoleti.

In sintesi vince chi ha capacità inclusiva, non ci si lasci impressionare dal fatto che appaiano come forti le masse guidate dagli integralismi, dalle ottusità imposte come regola, dai precetti che livellano i comportamenti. La superstizione non ha mai prodotto civilizzazione. Persino la religione quando è libera espressione dell’umana capacità d’immaginare trascendenza produce arte, pensiero, serenità.

Quando una regola di vita cerca conferma in deità vindici, o prescrizioni irrazionali, è al lumicino. È prossima alla sua fase di decadenza. Ci si difenda lecitamente dalle forme dispotiche di colonizzazione forzata, ma non in nome di altrettanto indubitabili principi, la guerra di religione è sintomo di regressione. La chiave della modernità è nella leggerezza di accettare sovrascritture continue dei propri schemi abituali.

La vera preoccupazione dovrebbe essere piuttosto organizzare il nostro territorio, soprattutto mentale, per una razionale e fruttifera inclusione, di tutte le possibili “alterità”, sia quelle che arrivano da realtà geografiche diverse, sia quelle che si producono spontaneamente all’ interno del nostro sistema sociale, come disabilità di ogni tipo, neuro diversità, eresia, eterodossia comportamentale ecc. Nulla andrebbe “normalizzato” ma studiato e metabolizzato come stimolatore alla costruzione di nuovi contenitori di senso. L’atteggiamento inclusivo non deve essere considerato come rinunciatario, ignavo o peggio ancora succube. La capacità di includere implica il saper alimentare il proprio data base cognitivo, corrisponde a una molteplicità di risorse da poter continuamente mettere in campo, significa poter aggregare informazioni e costruire sistemi di espansione della propria area di competenza. In sintesi paradossale: oggi il vero colonizzatore è chi è capace di adottare sorprendenti strategie inclusive. Chi associa l’inclusione al politicamente corretto ha una visione obsoleta, proprio perché cementificata in un pregiudizio ideologico incapace di contaminarsi con la velocissima mutazione del reale.


[Numero: 81]