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Il Paese dove nessuno è più cieco di chi vede

Nella piccola popolazione della valle ormai isolata e dimenticata il morbo continuò il suo corso. I vecchi diventavano quasi ciechi e brancolavano, i giovani vedevano appena, confusamente, e i neonati non vedevano affatto. Ma la vita era assai facile in quella conca orlata dalle nevi, persa al mondo, senza rovi né spini, senza insetti nocivi, né altri animali se non la razza mite dei lama che gli immigrati avevano trascinato e spinto e seguito su per il letto dei fiumi incassati nelle gole per le quali erano venuti. Il senso della vista era scemato così gradualmente che quasi non ne avevano avvertita la perdita. Guidavano i giovinetti orbi qua e là per la valle, finché la conoscevano tutta a meraviglia; e quando alfine la vista svanì del tutto la popolazione sopravvisse. Ebbero finanche il tempo di adattarsi al controllo cieco del fuoco, che accendevano prudentemente in forni di pietra. Erano da principio gente semplice, illetterata, toccata appena dalla civiltà spagnola, ma con una certa tradizione delle arti dell’antico Perù e della sua perduta filosofia. Generazione seguì a generazione. Dimenticarono molte cose; molte ne idearono. Accadde allora che un uomo venne nella comunità dal mondo esterno. E questa è la storia di quell’uomo. [...] Nuñez si fece avanti col passo sicuro di un giovane che entra nella vita. Le antiche storie sulla valle perduta e sul Paese dei Ciechi gli erano tornate in mente, e nei suoi pensieri si rincorreva come un ritornello il vecchio proverbio: «In terra di ciechi il monocolo è re...».

E molto civilmente li salutò. Parlò loro e usò gli occhi.

«Da dove viene costui, fratello Pedro» domandò uno.

«È uscito dalla roccia ».

«Vengo da oltre i monti», disse Nuñez «dal paese di là... dove gli uomini possono vedere. Dai pressi di Bogotà, dove ci sono centomila persone, e dove la città si estende a perdita di vista».

«Vista» mormorò Pedro. «Vista».

«Viene» disse il secondo cieco «dalle rocce». I loro abiti di alpaca, vide Nuñez, erano di foggia curiosa, ciascuno con un tipo diverso di cucitura.

Trasalì vedendoli muovere simultaneamente verso di lui, ognuno con una mano protesa. Arretrò di un passo all’avanzare di quelle dita aperte.

«Vieni qui» disse il terzo cieco seguendo il suo movimento e afferrandolo.

E bloccarono Nuñez e lo tastarono, senza un’altra parola finché non ebbero fatto.

«Piano!» gridò lui, con un dito nell’occhio, e capì che a loro quell’organo, con la sua palpebra tremula, pareva una stranezza. Di nuovo lo tastarono.

«Che creatura curiosa, Correa» disse il cieco chiamato Pedro. «Senti quanto è rozzo il pelo. Come il pelo di un lama».

«È ruvido come le rocce che l’hanno generato» disse Correa, esaminando il mento non rasato di Nuñez con una mano morbida e leggermente umida. «Forse si affinerà». Nuñez si dimenava un poco sotto il loro esame, ma lo tenevano stretto.

«Piano» ripeté.

«Parla» disse il terzo cieco. «È certamente un uomo».

Gli parve che questo primo incontro con la popolazione del Paese dei Ciechi lo innervosisse e spazientisse più del previsto. Man mano che si avvicinava il luogo sembrava più grande, e più strane le impiastrature d’intonaco, e una folla di bambini, uomini e donne (le donne e le ragazze, notò con piacere, avevano, alcune, visi assai graziosi, nonostante gli occhi chiusi e infossati) lo attorniarono, attaccandosi a lui, toccandolo con mani morbide e delicate, annusandolo, ascoltando ogni sua parola. Le sue tre guide gli stavano accosto con aria di possesso, e andavano ripetendo: «Un selvaggio venuto dalle rocce». [...]

La voce di un uomo d’età cominciò a interrogarlo, e Nuñez si trovò a tentar di spiegare il mondo grande da cui era caduto, e il cielo e le montagne e la vista e altrettali meraviglie a quegli anziani che sedevano al buio nel Paese dei Ciechi. Ed essi non credettero e non capirono nulla affatto di ciò che diceva, contrariamente alle sue aspettative; e nemmeno molte delle sue parole. Da quattordici generazioni questa gente era cieca e tagliata fuori dal mondo dei vedenti; i nomi di tutte le cose relative alla vista erano svaniti e mutati; la storia del mondo di fuori era svanita e mutata in fiaba infantile; ed essi avevano cessato di curarsi di alcunché al di là delle pendici rocciose sopra il muro di cinta. Tra loro erano nati ciechi di genio, che avevano messo in forse le briciole di credenze e tradizioni risalenti ai tempi della vista, e le avevano liquidate come vane fantasie, sostituendovi nuove e più sensate spiegazioni. L’immaginazione si era in buona parte rattrappita insieme agli occhi, ed essi si erano creati nuove immaginazioni con le orecchie e i polpastrelli, via via più sensibili. Lentamente Nuñez se ne rese conto; l’aspettativa che la sua provenienza e le sue doti suscitassero reverenza e meraviglia, comprese, non si sarebbe avverata.


[Numero: 81]