e tu che italiano sei

Un paese Lucignolo fatalmente attratto dai balocchi

Nel Paese dei balocchi i ragazzi non vanno a scuola, non investono sul loro futuro, ma passano i giorni a divertirsi. Non lo sanno, ma si stanno trasformando in ciuchi: e presto gli toccherà di lavorare come somari. L’Italia ricorda un po’ Pinocchio, nel mezzo del cammino indecisa sul da farsi. È attratta da Lucignolo, dalle luci giostranti della grande cuccagna: dal miraggio di una crescita pompata da spesa pubblica e svalutazione, se necessario uscendo dall’euro; dall’illusione di una vita facile fra regole lasche e bassa istruzione, che poi vuol dire concorrenza al ribasso con i paesi emergenti nei settori a scarsa innovazione. Piace questo modello a una parte della classe politica, piace a settori crescenti dell’elettorato e dell’opinione pubblica. E tuttavia l’Italia possiede anche gli anticorpi per reagire, per scegliere alla fine di diventare uomo, non somaro: riformare la pubblica amministrazione e gli appalti, investire nella ricerca, accettare la sfida di una competizione giocata sulla ricerca scientifica e l’efficienza della funzione pubblica, che è poi il modello proprio dei grandi paesi avanzati. E in effetti, un po’ a sorpresa, scopriamo che negli ultimi due anni sono tornati a crescere i brevetti delle nostre imprese: nella chimica, nella meccanica, nell’elettronica. Settori a medio-alta specializzazione tecnologica, non proprio l’avanguardia ma insomma, ben lontani dal fondo. Stiamo davvero risalendo la china? Possiamo scampare al triste destino di Lucignolo? È presto per dirlo, ma di certo è proprio qui, a questo bivio, che si gioca gran parte della nostra prosperità futura. Si gioca l’alternativa fra declino e rinascita.

L’idea di spiegare le grandi scelte strategiche che abbiamo davanti ricorrendo alla favola di Pinocchio (favola italiana, peraltro, la più bella e conosciuta al mondo) è una delle tante trovate brillanti di Marcello de Cecco, scomparso un anno fa. Lo scrisse in un libricino (L’economia di Lucignolo, Donzelli) che raccoglie i suoi migliori articoli degli anni Novanta. Era ben prima che l’Italia entrasse nell’euro, quando ancora non si parlava di declino. Ma de Cecco sapeva guardare lontano.

De Cecco temeva che l’Italia fuori dall’euro si sarebbe ridotta a un paese più povero e corrotto, persino meno libero giacché malaffare e repressione della democrazia vanno spesso insieme, sono il fondamento delle istituzioni «estrattive» – e basta guardare ai nostri confini, alla Turchia o alla Russia, per averne conferma. Descrisse quel mondo distopico in un bel racconto che apre L’economia di Lucignolo. L’Europa è andata in frantumi e l’Italia ha dato vita a un’Unione Latina con gli altri paesi mediterranei: «nel paonazzo tramonto romano», riecheggia «dagli altoparlanti di cento campanili» la preghiera della sera e lui, vecchio professore ormai inascoltato, mestamente torna verso casa. È guardato a vista dalle autorità, è solo: i figli sono emigrati all’estero, nell’Europa del Nord. Ma loro hanno fatto la scelta giusta, ne è convinto: fuggire dal Paese dei balocchi che si sta trasformando in una prigione.


[Numero: 80]