e tu che italiano sei

Più asili nido e spese sociali così si può rilanciare la crescita

Consumi, lavoro, reddito, risparmi, istruzione, salute, famiglia, abitazioni, mobilità. Il passaggio che è avvenuto nel decennio della crisi ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita: davvero “crisi” in questo caso ha significato una separazione, tra la vita di adesso e quella precedente. Nella matassa, possiamo tirare due fili, partendo da due capi di colori molto diversi: i figli e gli investimenti. Due dimensioni che riguardano il domani, e segnalano un rischio: ci stiamo scordando il futuro.

I grandi numeri sono chiari, nel confronto tra 2016 e 2008: meno 96.179 neonati, meno 85 miliardi di investimenti (anno su anno, dati Istat; gli investimenti sono calcolati a prezzi concatenati). In termini percentuali, il calo delle nascite è del 16,8%, quello degli investimenti del 23,9%. In entrambi i casi, la recessione è andata a peggiorare una tendenza storica già in atto – denatalità e declino produttivo non sono arrivati nel 2008; ma proprio per questo l’impatto della crisi è stato più forte che in altri Paesi europei, e più difficile da invertire.

Perché si fanno meno figli? Il fenomeno baby recession non è solo italiano, ma da noi è stato più marcato. C’è l’impatto dell’onda lunga del primo forte cambiamento dei comportamenti riproduttivi, quello che si è avuto tra gli anni ’70 e ’80: essendoci meno donne in età fertile, è chiaro che ci sono anche meno neonati. Ma dal 2008 è che è tornato a scendere anche il numero di figli per donna. Prima della crisi, c’era stata una breve primavera delle nascite, concentrata al Nord e in alcune regioni del Centro, strettamente correlata con il benessere e l’indipendenza femminile; con la crisi, la scelta prevalente tra le giovani donne italiane è stata quella del rinvio; mentre è venuto meno anche l’apporto delle straniere, sia perché molte sono andate via sia perché sempre meno immigrate sono giunte per ricongiungimento familiare.

La storia della breve ripresa della fecondità e la geografia dell’attuale denatalità ci dicono che si fanno più figli laddove le donne lavorano e ci sono più servizi sociali. La strategia per aumentare l’occupazione delle donne passa per una serie di possibili interventi, non solo sul mercato del lavoro, ma anche e soprattutto sui servizi sociali, penalizzati dalla storica caratteristica familistica del welfare italiano e dai tagli. Guardando alla mappa delle regioni italiane, anche un recente Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio evidenzia una relazione diretta tra lavoro delle donne e servizi sociali, mentre gela la politica degli incentivi fiscali all’occupazione femminile basata sulla decontribuzione per le donne – prevista per la manovra 2017 – mettendone in discussione gli effettivi benefici. Tornando ai servizi, va chiarito che i nidi non bastano; altre politiche pubbliche rivestono un ruolo altrettanto importante: dall’assistenza degli anziani, ai trasporti urbani, all’efficienza delle amministrazioni pubbliche, al tempo della scuola. Ma per avere più servizi pubblici serve più spesa, e più efficiente, dunque l’investimento in una presenza pubblica forte in ogni territorio.

Molti studi, valorizzati anche nelle stanze della Commissione europea (non tutte), mostrano l’efficacia delle infrastrutture sociali, accantonate invece nel discorso pubblico. Non ci sono grandi movimenti né forze politiche che progettano o pretendono più servizi, così come non c’è pressione per selezionare la spesa pubblica verso investimenti produttivi, nelle infrastrutture sociali così come negli investimenti fisici – quelli pubblici hanno guidato il crollo degli ultimi anni, soprattutto negli enti locali. C’è un motivo per tutto ciò, ed è nella profonda sfiducia collettiva verso il ruolo pubblico e la capacità della politica di affrontare e risolvere i problemi, a partire da quelli economici. Così alle soluzioni comuni si preferiscono le vie d’uscita individuali o corporative, l’arrangiarsi in proprio oppure le proteste per piccoli gruppi, poche e vittoriose solo quando questi hanno un potere di ricatto. E questo è un altro lascito della crisi, il più velenoso .


[Numero: 80]