e tu che italiano sei

Il bel Paese dove il “sì” suonava

Di cosa vi siete appena riempiti la bocca quando me la spalancate in faccia per ficcarmi bene in testa che il vostro odorino di marketing da spendere poco è profumo d’Italia, voi che vi vedo ingrassate a occhio nudo con le croste del penultimo modello di Italy, voi che vi levate la sete con l’acqua che fa fare tanta plin plin, un’eccellenza italiana nel mondo tanto per cambiare, che aria avete insufflato prima di alitarmela addosso? Forse l’aria diaccia dell’Alpe di Succiso che diede geloni e pellagra alle generazioni dei miei antenati, finché l’Appennino non si spaccò in due e li cacciò giù alla piana e nella piana correva l’Aurelia e da una parte andava a Roma e dall’altra in tutto il mondo, e loro andarono nel mondo, e tornarono con le stesse identiche facce con cui erano partiti, che ancora oggi sono le stesse, facce dagherrotipiche digitalizzabili quanto si vuole ma di formato inutilizzabile ai fini di una proficua contemporaneità? O forse l’aria intiepidita dagli odori di buono della raccolta porta a porta di via Cairoli? Se ne prenda una qualunque delle cento vie Cairoli, quello che conta è l’aria, che è la stessa in ognuna delle disadorne città d’Italia, e il retrogusto di candidi gigli che ci hanno lasciato sotto tutti gli odori quei quattro fratelli morti per la Rivoluzione Italiana, 1848-1867, quei giovani ardenti Cairoli, fior fiore di una borghesia pavese e bonapartista appena nata e subito morta con loro, avrebbe voluto essere la classe delle responsabilità, non è stata, punto e basta. O forse forse vi siete riempiti quella boccaccia con gli aulenti effluvi del dolce sì? No, è un bel pezzo che non lo sento suonare, neppure un eco, un riverbero, forse non me lo ricordo nemmeno com’è che suona, e se mi vien voglia di dirlo, se incontro un umano qualunque per strada e vorrei una volta tanto dirgli di sì, prima mi guardo intorno per non passare da scemo o da sospetto, per non vedermi rinfacciare la dolcezza d’Italia.


[Numero: 80]