e tu che italiano sei

Cimbro, veneto, italiano... la mia identità matrioska

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«Si può avere un’idea di patria né bellicosa né dannunziana», dice Gian Antonio Stella parlando di patria, patrie, patrimonio, e rifacendosi alla teoria della patria aperta di Claudio Magris. «Io sono asiaghese, dunque cimbro, dunque vicentino, dunque veneto, dunque italiano, dunque europeo», dice Stella pensando alla «magnifica matrioska» di Magris. «La piccola patria più amata sta dentro un’altra un po’ più grande e questa a sua volta dentro un’altra ancora… Bamboline che crescono, crescono, crescono con la consapevolezza di far parte di qualche cosa di più grande. Questo mi sembra un modo giusto, sacrosanto di essere patriottico».

È un termine, patria, che il Novecento ha affossato dentro le rivendicazioni nazionalistiche e armate della destra più difensiva e offensiva, e cioè chiusa, oscura, ma ci vorrebbe poco, dice Stella, perché da patria e patriottismo deriva poi patrimonio, «che è l’eredita fisica della nostra origine e della nostra essenza: la lingua, l’arte, il cibo, la letteratura, tutto ciò che ci lega indissolubilmente al concetto di patria». Patria non è una parola del Novecento, «non è una parola vecchia, è una parola antichissima e dunque attuale». Quello di Stella è il tentativo di ricondurla a una dimensione molto meno stentorea, perché stentoree non sono le nostre vite. La patria è la contrada dove si nasce ma per gli emigranti italiani la patria ideale era la contrada, il paese, e poi il posto oltre i mari e gli oceani in cui si era andati a vivere e lavorare, «la patria era un po’ la contrada e un po’ Sydney o New York». Ecco: un po’ il luogo dei padri, un po’ il luogo di sé, un po’ il luogo dell’anima.

La patria è la contrada dove si nasce ma per gli emigranti italiani la patria ideale era la contrada, il paese, e poi il posto oltre i mari e gli oceani in cui si era andati a vivere e lavorare, «la patria era un po’ la contrada e un po’ Sydney o New York». Ecco: un po’ il luogo dei padri, un po’ il luogo di sé, un po’ il luogo dell’anima.

Non si spiega dunque perché mai si schiuda la matrioska che ci porta fuori dalla nazione e dentro il continente, e perché è così debole il sentimento della patria europea. Ci sono stati secoli di guerre sanguinose e inesauste, ma nei quali era normale che Carlo Magno, re dei franchi, si facesse incoronare imperatore a Roma. «E suo figlio Pipino il Gobbo studiava a Verona», ricorda Stella. Ma gli viene da ridere: «Tutti pensano che i veneti siano sempre stati compatti, ma senti qui». Sfoglia e legge. «Si impadronì molto presto del posto ed ebbe in suo potere tutta la gente che umilmente si arrendeva, ma egli li fece legare tutti in catene. E non fu contento di questa severità, anzi, dopo aver già devastato città e luoghi, chiese, torri e palazzi, in questo caso volle anche guastare l’immagine di Cristo e fece in modo che quella infelice gente friolana, maschi e femmine, grandi e piccoli, chierici e laici, tutti in genere mutilati e sfregiati, portassero per la Lombardia e la Marca il segno della rabbia ezzeliniana. E non servì a niente ai piccoli innocenti il non aver peccato, anzi, mentre vecchi e giovani subirono una triplice pena, perché mutilati degli occhi, del naso e dei piedi, i bambini innocenti ne ebbero una quadruplice, infatti per ordine di Ezzelino furono sfregiati nel naso e nei piedi, accecati negli occhi e mutilati nei piccoli genitali».

È la cronaca della presa di Friola (Vicenza) nel 1260 da parte di Ezzelino da Romano (nato nel padovano) raccontata da Rolandino da Padova. Stella ne legge altre, ma è tutto chiaro: «Le crudeltà fra genovesi e pisani, quelle fra senesi e fiorentini a Montaperti, da lasciare senza fiato». Ma non per questo è poi mancato un sentimento regionale, e da lì un sentimento nazionale.

Però la cronaca quotidiana suggerisce piuttosto che prevalgano, o continuino a prevalere, rivendicazioni, spesso cieche e sorde, pregiudiziali, di fazione. Il solito eterno guelfi-ghibellini. La crisi del discorso pubblico deriva dall’impossibilità di dibattere su una base comune: Lega, Pd, Cinque stelle, berlusconiani hanno una base di realtà immodificabile e contrastante con quella degli altri. Stella non crede però che questi sentimenti siano predominanti, «l’Italia è meglio di come la rappresentiamo, e qualcuno che cavalca pregiudizi nel torbido lo si trova sempre».

La crisi del discorso pubblico deriva dall’impossibilità di dibattere su una base comune: Lega, Pd, Cinque stelle, berlusconiani hanno una base di realtà immodificabile e contrastante con quella degli altri. Stella non crede però che questi sentimenti siano predominanti, «l’Italia è meglio di come la rappresentiamo, e qualcuno che cavalca pregiudizi nel torbido lo si trova sempre».

Ancora Stella che sfoglia e legge: «Comparve poi un certo Licomede di Mantinea (...) e riempì di orgoglio gli Arcadi, affermando che erano gli unici a poter considerare il Peloponneso la loro patria perché ne erano gli unici abitanti autoctoni e che la popolazione arcadica era la più numerosa e la più forte della Grecia». Queste sono le Elleniche di Senofonte e i sovranisti di oggi parrebbero avere qualche punto in comune con Licomede ma anche con Slobodan Milosevic (non nelle conseguenze, almeno si spera), ma questo aumenta il dovere di chi, come noi, fa informazione, dice Stella, contro le fake news. «Non credo che esista l’obiettività del racconto, ma esiste lo sforzo di raccontare nel modo più obiettivo possibile. L’obiettività per un giornalista è come la santità per un cristiano: pochi diventano santi ma tutti devono ambire alla santità. Provarci è un obbligo». Da non confondere con la buona fede, naturalmente, ché la buona fede (cieca) può essere la causa dei peggiori danni, e su questo Stella concorda.

Ma rimane un’obiezione. Stella, insieme con Sergio Rizzo, ha scritto il celeberrimo La Casta, libro che ha contribuito a infiammare il populismo italiano, e cioè quel sommovimento dal basso (ma molto ben accettato ai vertici) secondo cui gli italiani sono un popolo retto e laborioso tenuto in scacco da una stretta banda di politici dediti al furto e al raggiro. E invece gli italiani sono in gran parte assenteisti, evasori fiscali, allergici a ogni regola, chiusi in corporazioni impegnate a conservare i diritti acquisti

Ma rimane un’obiezione. Stella, insieme con Sergio Rizzo, ha scritto il celeberrimo La Casta, libro che ha contribuito a infiammare il populismo italiano, e cioè quel sommovimento dal basso (ma molto ben accettato ai vertici) secondo cui gli italiani sono un popolo retto e laborioso tenuto in scacco da una stretta banda di politici dediti al furto e al raggiro. E invece gli italiani sono in gran parte assenteisti, evasori fiscali, allergici a ogni regola, chiusi in corporazioni impegnate a conservare i diritti acquisti, e cioè privilegi novecenteschi fuori dal mondo. «Se è per questo, abolirei subito gli ordini professionali, che sono clan tesi a proteggere chi è dentro e a escludere chi è fuori. Ma la politica ha una responsabilità superiore e purtroppo oggi la politica non muove più dall’ideale ma da un mantenimento di posizione, economica o di consenso, che spesso coincidono, e se la politica è solo mestiere automaticamente l’obiettivo primo è il guadagno. Ecco perché in pochi escono dalle matrioske più piccole, ideali o territoriali. Se avessimo una politica più illuminata, sarebbe più comprensibile un’affermazione secondo cui io, Gian Antonio Stella, sono asiaghese, dunque cimbro, dunque vicentino, dunque veneto, dunque italiano, dunque europeo».


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