e tu che italiano sei

Bella e fresca la ragazza di Gorizia ma parlava solo tedesco o cragnolino...

Lorenzo Da Ponte, prima di diventare il famoso librettista di Mozart, si distinse per la vita spericolata. Prete e libertino, venne espulso dalla Serenissima e trovò riparo in territorio asburgico dove seguì le orme di Giacomo Casanova. Approdato a Gorizia nel 1777 ebbe un impatto linguistico, e sensuale, che narrò nelle Memorie, con una locandiera: “Questa donna era bella, giovane, fresca, e parea sopra ogni credere allegra...”. Ma subito sorse un ostacolo perché, annotò Lorenzo, “la ragazza per mia disgrazia non parlava che tedesco o cragnolino, e io non capiva una parola di quello ch’ella diceva”.

L’episodio illumina un mondo e narra la vivacità di questa zona di confine, in bilico tra Est e Ovest, fra Mitteleuropa e Mediterraneo, per decenni “cortina di ferro” tanto che esisteva il “muro di Gorizia”. Meno noto e arcigno di quello di Berlino, ma cancellato solamente in anni recenti con l’ingresso sloveno nell’Unione europea. La ricchezza linguistica e la multietnicità di una regione appesa per un lembo all’Italia emergono nella vita stessa della città e della gente. Basta leggere le decine di lapidi disseminate in ogni strada, piazza o giardino, a ricordo di come la macro-storia ha fatto sentire il suo peso nei secoli, in particolare lungo il truce Novecento quando mise Gorizia al centro di vicende di dimensione mondiale. Non a caso la città (dove editori, studiosi e scrittori danno vita a un eccellente filone di memorialistica) ricorda con solennità ben due “redenzioni” come ritorni all’Italia: la prima nel 1916, quando venne momentaneamente conquistata da Cadorna, e la seconda nel 1947 dopo la dominazione tedesca e quella titina.

Visto così, il legame con l’Italia assume aspetti sentiti e profondi, più che altrove, fin da quando Da Ponte citava due delle lingue di uso corrente, e cioè il tedesco e lo slavo dell’entroterra. Poi c’erano l’italiano naturalmente e il friulano. A conferma del plurilinguismo c’è in piazza della Vittoria una lapide che, nei quattro idiomi, ricorda la rivolta contadina dei tolminotti (Tolmino è una località ora slovena, non lontana da Caporetto-Kobarid, altro nome molto evocativo), rivolta avvenuta nel 1714, ma che qui è oggetto di attenzione perché la storia è pane quotidiano, come se il tempo si fosse fermato. E nella stessa piazza, di fronte alla scritta dedicata ai tolminotti, c’è quella che commemora Carlo Michelstaedter, il geniale filosofo uccisosi nel 1910 dopo aver previsto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. La sua famiglia era ebrea, componente numerosa visto che Gorizia era chiamata la “Gerusalemme sull’Isonzo”. Il ghetto è ancora riconoscibile lungo una strada che conduce a una sinagoga splendidamente conservata. Gli ebrei goriziani vennero deportati e sterminati ad Auschwitz, mentre il gruppo tedesco si era assottigliato già dopo la Grande Guerra. Ora, accanto all’italiano, rimangono minoranza slovena (presente in particolare nella frazione di Sant’Andrea) e friulanofoni, questi ultimi orgogliosi del fatto che proprio a Gorizia nel 1919 venne fondata la Filologica, società che tuttora valorizza e tutela la madrelingua chiamata “marilenghe”. Nacque qui, e non a Udine, capitale della cosiddetta Piccola Patria, in omaggio a Graziadio Isaia Ascoli, glottologo di gran fama. Nemmeno Mussolini, nemico dichiarato dei dialetti, smantellò la Filologica considerandola una barriera culturale in chiave anti-slava. La complessa originalità di Gorizia, linguistica, sociale e altro ancora, è dentro questi fatti, che la rendono unica in Italia.


[Numero: 80]