e tu che italiano sei

Arabi, mori e colori nella storia d’Italia

Maria Magdalena Romola Salviati fu un personaggio piuttosto importante del Cinquecento fiorentino. Fu la moglie del famoso Giovanni dalle Bande Nere, più prosaicamente noto come Giovanni de Medici, e madre di Cosimo I de Medici che diede avvio al ramo granducale della dinastia dopo la morte del Duca di Firenze Alessandro. Pontormo, il famoso pittore manierista, l’ha ritratta per ben due volte. In una è già in là con gli anni (il quadro si trova agli Uffizi) anche se niente sembra scalfire la sua bellezza lignea e regale. Nell’altro (conservato al Walters Art Gallery di Baltimora), è ancora piuttosto giovane e con un infante accanto. In questo ritratto Maria ha mascella serrata, sguardo severo e tiene tra le mani le dita minuscole del bambino, anzi bambina che ha di fronte. Questo dubbio sul sesso del bambino restò a lungo. Anche perchè all’inizio fu riconosciuto nel bambino quel Cosimo che avrebbe riunito tra le sue mani il potere di quella casata gloriosa, ma un po’ in decadenza. Recentemente però si è scoperto che il bambino non solo era una lei, ma aveva persino la pelle scura. Da lì fu un attimo per gli storici scoprire che si trattava di Giulia de Medici, figlia di Alessandro de Medici detto il moro perchè frutto dell’incontro di un’aristocratico della casata toscana con una schiava africana dal nome convenzionale (gli schiavi prendevano i nomi dei padroni) di Simonetta da Collevecchio. La storia di questo principe nero, all’apparenza un Obama anti litteram, ma con la ruvidezza di un Rasputin, è stata raccontata in modo spumeggiante da Catherine Fletcher in Il principe maledetto di Firenze edito dalla Newton Compton. Del libro, la più grande romanziera storica vivente Hilary Mantel ha detto: «Niente nella storia del XVI secolo è più sorprendente della vita di Alessandro de’ Medici».

La storia di questo principe nero, all’apparenza un Obama anti litteram, ma con la ruvidezza di un Rasputin, è stata raccontata in modo spumeggiante da Catherine Fletcher in Il principe maledetto di Firenze edito dalla Newton Compton.

Ed è così che la storia dell’arte, quasi come una fotografia ci svela figure di cui non sospettavamo l’esistenza. In un attimo le nostre pupille si riempiono dei gondolieri neri di Vittore Carpaccio a Venezia o degli schiavi incatenati del complesso dei quattro mori a Livorno per poi andare a Sud da San Benedetto figlio di schiavi etiopi e oggi secondo patrono di Palermo. E non solo afrodiscendenti: la storia italiana è fatta anche da armeni, greci, cinesi, russi, islandesi, turchi. Un mondo mescolato che spesso non entra nelle nostre aule scolastiche. E che invece servirebbe a far capire che il mescolamento di oggi è solo l’altra faccia di quanto successo secoli prima. I nostri programmi di studi umanistici rischiano di essere desueti, ancorati a una idea d’Italia cristallizzata in un’identità troppo fissa per essere vera. Ma l’Italia è uno stivale, una cerniera quasi tra Africa ed Europa. Un paese di coste, che ha visto nella sua lunga vita saccheggi, naufragi, miracoli e incroci. Qui ci sono passati tutti. Un mio amico scrittore, algerino di nascita, Amara Lakhous non a caso dice sempre che lui non va in Sicilia, ci torna, la sente un po’ casa sua, perchè gli arabi lì anni abitato per un tempo quasi infinito. E mica solo gli arabi. L’Italia ha visto francesi, austriaci, spagnoli. E proprio a Palermo, ancora oggi, c’è molta gente che ti dice «Io mi sento sia spagnolo che italiano. Gli spagnoli ci sono stati per parecchi secoli e gli italiani 150 anni: i due paesi si sono frullati nelle mie vene». Forse è per questo che le nostre città ogni tanto eruttano storie inattese. Come quella di Edmonia Lewis scultrice afroamericana che ha trovato la sua libertà nella Roma del 1860, lontana dalla sua terra natia, o di Antonio Emanuele Ne Vunda, che nel seicento, ha affrontato un viaggio terrificante per consegnare al papa una missiva del re del Kongo. L’uomo ce la farà ad arrivare a Roma, ma in tempo per morirci. Il suo corpo giace nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove si può ammirare un suo busto in pietra nera del Maderno. Per la cronaca un dipinto di Antonio Emanuele Ne Vunda fa bella mostra di sé nell’affresco che corre lungo la sala dei Corazzieri del Palazzo del Quirinale, una delle più importanti del palazzo presidenziale.

La storia italiana è fatta anche da armeni, greci, cinesi, russi, islandesi, turchi. Un mondo mescolato che spesso non entra nelle nostre aule scolastiche. E che invece servirebbe a far capire che il mescolamento di oggi è solo l’altra faccia di quanto successo secoli prima

L’uomo emana regalità. Ha i capelli ricci, lo sguardo virile, la mantella elegante. Il suo corpo è massiccio, possente. Si sporge verso la guardia svizzera un po’ assopita o forse per galanteria (da ambasciatore attento al protocollo) verso le persone convenute in sala. Sa che non ha concluso la sua missione come voleva, ma che è arrivato dove voleva. Emanuele forse già in vita era consapevole di essere il primo ambasciatore di uno stato africano indipendente, che ha mostrato la strada ai posteri. Un uomo da record che ha legato la sua esistenza a Roma e all’Italia intera.

Guardando lo sguardo fiero di questo primo ambasciatore, capiamo che anche il palazzo più importante della nostra Repubblica è lì a ricordarci che la storia, in particolare quella d’Italia, non è di un solo colore.


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