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Viviamo nei confini del Medioevo, quando non c’erano confini

Ma nel Medioevo i confini esistevano? Può sembrare una domanda assurda, e invece gli storici se la pongono da tempo, e non sono neanche d’accordo sulla risposta. In parte l’interrogativo nasce dal fatto che nel Medioevo barbarico, quando il mondo era poco popolato, vaste zone disabitate facevano talvolta da cuscinetto tra due regni, e nessuno sentiva il bisogno di stabilire esattamente sul terreno dove finiva l’uno e cominciava l’altro.

Ma la domanda nasce soprattutto dallo sconcerto degli storici davanti all’intreccio delle giurisdizioni, per cui la frontiera fra due stati medievali non può mai essere tracciata sulla carta con la linearità di quelle odierne. E non parlo delle frontiere della Siria o dell’Arkansas, tracciate in linea retta da colonizzatori convinti che quei paesi fossero deserti e non appartenessero a nessuno. Le frontiere europee sulla carta appaiono frastagliate e tutt’altro che geometriche, ma comunque è sempre possibile tirare una linea ininterrotta e chiudere al suo interno uno stato.

Nel Medioevo non era così. Se uno andava da Biella a Vercelli il primo paese che incontrava poteva essere terra del duca di Savoia, il prossimo era magari del principato di Masserano, feudo pontificio, poi ce n’era uno che apparteneva al duca di Milano, poi altri due o tre del duca di Savoia, poi uno diviso a metà fra Savoia e Milano, e così via: rappresentare questi stati sull’atlante con un’unica macchia gialla o rosa, come si fa per gli stati moderni, è impossibile e quando gli storici lo fanno, commettono un abuso.

Eppure nel Medioevo sui confini si litigava continuamente, e andando a rileggere le carte di quelle vecchie dispute si capisce che l’idea del confine lineare era chiarissima a tutti. Semplicemente, i confini veri, fissati una volta per tutte, erano quelli delle comunità locali.

A tanti secoli di distanza, dopo la rivoluzione francese e Napoleone, l’unità d’Italia e gli accorpamenti voluti dal regime fascista, la stragrande maggioranza dei nostri comuni ha ancora esattamente gli stessi confini stabiliti una volta per tutte nel Medioevo.

Le liti nascevano quando il paesaggio veniva modificato: per opera dell’uomo, che abbatteva foreste, prosciugava paludi, scavava canali, andava a vivere in zone prima disabitate, o per opera della natura, che con i suoi fiumi e torrenti inondava e poi si ritirava, faceva emergere nuove isole e poi tornava a sommergerle.

In questi casi le comunità confinanti si scontravano, prima, magari, a botte e sassaiole, poi a colpi di avvocati e carte bollate; ma la lotta era sempre per stabilire dove passava la linea di confine, e che fosse una linea non ne dubitava nessuno. Ci si affannava a tirarla, idealmente, sotto gli occhi dei giudici, anche in un’epoca in cui la cartografia non esisteva ancora: tutti sanno, si diceva, che il confine parte da quella tal pietra su cui è stata incisa una croce, continua dritto fino a incontrare il tal ruscello, da lì prosegue nella direzione in cui sorge il sole fino al punto da cui si vede spuntare il campanile del monastero, e proprio in quel punto i nostri vecchi hanno piantato una croce perché nessuno si confonda.

I confini degli stati dipendevano da quelli che i contadini avevano tramandato alla memoria. E se oggi quei confini sono così difficili da rappresentare su una carta, è perché la dipendenza dei contadini cambiava facilmente: oggi obbedivano al duca di Savoia, ma una guerra sfortunata poteva benissimo portarli sotto il dominio del duca di Milano, mentre il villaggio vicino restava sotto il vecchio signore. Ogni stato era una collezione di luoghi continuamente mutevole e il poliziotto che inseguiva un delinquente doveva sempre stare attento a non spingerlo in terra d’un altro principe, dove la sua autorità di colpo svaniva. Non c’erano muri né fili spinati, sbarre o posti di confine, ma tutti, sul posto, potevano dirti in che terra si trovavi, perché il confine l’avevano chiaro in testa.

Poi verrà l’epoca in cui i sovrani, stanchi di tante complicazioni, cominceranno a mettersi d’accordo per usare i fiumi come confine, e così la Sesia diventerà il confine fra Savoia e Milano, e l’Adda quello fra Milano e Venezia: lo passerà Renzo Tramaglino durante la sua fuga dagli sbirri, senza incontrare sentinelle né doganieri, e tuttavia sapendo perfettamente che quella linea d’acqua marcava la separazione fra due mondi.


[Numero: 79]