confini

C’è una linea nel cervello che separa il bene dal male

Davide Crepaldi, 37 anni, professore associato e coordinatore del dottorato in neuroscienze cognitive alla Sissa, la scuola internazionale di studi avanzati di Trieste.

Quali sono i “confini” naturali del cervello?

Intanto ci sono i confini in termini computazionali, come diciamo noi. E cioè: mente e cervello possono fare qualunque cosa, produrre la più meravigliosa opera d’arte e la più straordinaria scoperta scientifica, ma non possono fare molte cose allo stesso tempo. E questo vale per tutti, per la massaia e per lo scienziato che quando sta realizzando un esperimento non può tenere conto di tutto e deve fare scelte che spesso non sono nemmeno consapevoli, le fa il cervello in autonomia sfruttando le conoscenze che accumula in continuazione.

Quindi è il cervello stesso che seleziona quali utilizzare e quali no degli stimoli che gli arrivano?

Sì. In ogni secondo è bombardato da migliaia di dettagli e di informazioni, ma solo una minima parte di essi raggiunge la nostra coscienza. Pensi agli occhi che mandano ogni frammento del campo visivo; il cervello poi però filtra queste informazioni, utilizzando solo quelle che in quel momento sono funzionali alle operazioni che sta compiendo la persona. Se sta giocando a tennis, l’occhio si concentrerà sulla pallina escludendo il resto. Insomma: la capacità del cervello è illimitata, ma non può considerare tutto in modo illimitato allo stesso tempo.

C’è anche un problema di spazio?

L’idea del limite e quindi del confine è intrinsecamente spaziale e la mente funziona così: usa metafore spaziali per raffigurarsi concetti che non sono altrimenti raffigurabili. Le faccio l’esempio di un esperimento molto classico: si fa una lista di parole e si chiede a una persona di classificarle in base all’idea che trasmettono di passato e di futuro pigiando due bottoni con le mani. Se si colloca il bottone del passato a sinistra e quello del futuro a destra, la reazione è più veloce rispetto alla disposizione opposta. Che cosa significa questo? Che anche i concetti astratti vengono ordinati in base a un ordine spaziale, secondo una linea che va da destra a sinistra e che impone un limite – un confine – e si riflette sulla nostra capacità di pensare cose astratte.

Questa mappa spaziale è immutabile?

No, può cambiare, in particolare l’esperienza corporea può influenzare la mappatura. Per quanto riguarda gli aspetti affettivi delle parole, ad esempio, il positivo si colloca sul lato della mano dominante. Facendo riferimento all’esempio dello spazio-tempo illustrato sopra, negli ebrei e negli arabi che hanno una lettura-scrittura che va da destra a sinistra, la linea si inverte. È stato fatto un esperimento su un gruppo di lettori americani dunque abituati a leggere da sinistra a destra: li hanno fatti leggere attraverso un prisma che rovesciava la pagina e nel giro di cinque minuti hanno invertito lettura e mappa mentale. Ci sono ambiti di conoscenze che fluttuano, altre più stabili, come i numeri, la cui mappatura spaziale sembra derivare da un’altra sorgente, non ancora ben chiarita.

Cosa può far cambiare la disposizione della mappa?

L’esperienza percettiva, ad esempio. Nei ciechi la mappatura spazio-tempo è diversa perché hanno un’esperienza di spazio diversa dai vedenti. La loro cognizione dello spazio deriva dall’udito e dal tatto e così cambiano anche i concetti astratti, in particolare quelli legati alla quantità e ai numeri.

Se tutto è così meccanico e deterministico, da cosa dipende la personalità?

Nessuno sa bene cosa sia la personalità da un punto di vista neuroscientifico, ci sono molte definizioni possibili. Certamente la mappatura spaziale dei concetti astratti influenza alcuni aspetti che potremmo considerare parte della nostra personalità; ad esempio, la mappatura spaziale del positivo e del negativo influenza il giudizio e la lettura del mondo in un modo non consapevole. Per esempio questo avviene nelle tendenza politiche, la simpatia per destra o sinistra – parliamo di un dominio molto astratto – può dipendere anche dal fatto che associamo concetti positivi all’uno o all’altro.

Però a un certo punto entra in campo la ragione: si possono governare e cambiare queste sollecitazioni inconsapevoli?

Alcuni di questi atteggiamenti sono superabili, altri no. Lo vediamo nella lingua, l’uso di certe parole che significano spazio e vengono attribuite invece al tempo. Si dice abitualmente : il meeting è stato lunghissimo. Ma l’aggettivo “lungo” ha un significato primariamente spaziale, non temporale. Si dovrebbe dire “duraturo” per rapportarlo al tempo. Si dirà, uso improprio delle parole, luoghi comuni. Non è così, è un’abitudine linguistica diffusa, la lingua è un fatto biologico più che culturale, è una strategia comune del cervello di tutti noi.

Ma questi confini sono superabili?

I confini ce li portiamo dentro, nel nostro ragionamento astratto, le mappe ci impongono limitazioni cognitive e questo vale anche per la quantità di informazioni. Un essere umano di genio può superare i confini con slanci qualitativi, vede connessioni che altri non vedono, ma deve stare dentro i limiti di spazio: nessuno è infinitamente capace, possiamo singolarmente superare il confine in un certo punto, non contemporaneamente in tutti i punti. Il cervello è infinitamente potente, non infinitamente capace sulla quantità.

Che rapporto c’è tra queste dinamiche e la morale?

Tutti questi neuroncini che funzionano in parallelo nel cervello permettono di concepire cose che non sono spiegabili con un algoritmo, almeno non oggi. C’è chi crede di poterle attribuire a un elemento soprannaturale, alla grazia di dio. In verità la spiegazione scientifica più probabile al momento è che si tratti di uno dei salti di complessità che il cervello fa. E cioè che sia un altro pezzo di reale al di là di quelli che conosciamo attraverso le neuroscienze.

E che si stanno realizzando con l’intelligenza artificiale.

Certo, siamo arrivati a costruire macchine che imparano in autonomia compiti molto complessi però nessuno sa come facciano ed è un paradosso: attraverso l’intelligenza artificiale possiamo costruire macchine di complessità tale da poter fare da sole delle scelte che non riusciamo a spiegarci.


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