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Javier Cercas e i confini della Storia “Viviamo nell’oblio del passato”

«Di solito non parlo del passato, non è vero che i miei libri parlano del passato». Javier Cercas è in Sudamerica e discutiamo del suo nuovo libro, Il sovrano delle ombre, ma lo stesso potrebbe dire dei precedenti, L’impostore, o il capolavoro sul mancato golpe del colonnello Tejero, Anatomia di un istante, una fantasmagorica istantanea di un momento drammatico della recente storia di Spagna. «In un certo senso sono dei romanzi storici», ammette, «ma solo a condizione che si intenda il passato come qualcosa che abbraccia il presente».

Noi siamo circondati, in Europa, da passati che ritornano e ci abbracciano a volte fino a strangolarci. Sono zone di confine per le nostre memorie collettive, con cui non sappiamo bene fare i conti, a volte anche per ragioni familiari. Paure che tornano (anche le paure collettive, come i fascismi e i cyberfascismi). Cercas scrive di questo. Il protagonista dell’ultimo romanzo è un suo parente, il fratello di sua madre, una storia vera. Un ragazzo che, a non ancora diciott’anni, si arruola coi franchisti e va a morire nella battaglia dell’Ebro, per qualche malintesa idea che gli è stata messa in testa, e di cui capisce troppo tardi l’insensatezza.

Siamo anche in un momento storico in cui abbiamo smarrito, o appare particolarmente confuso, il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso, o almeno ragionevolmente falso.

Lei scrive anche di questo, Cercas?

«Sì, scrivo di una verità che perdiamo, se viviamo solo in questo oblio del passato, in quella che io chiamo una dittatura del presente. Ci troviamo in questa dittatura come forma auto-imposta, è il risultato soprattutto dei media, della tv, fino a pochi anni fa, e adesso dei social media. I miei libri parlano di come sfuggire a questa dittatura, di come il presente possa riabbracciare il passato, essere un presente consapevole. Senza questo non c’è verità, e la democrazia muore».

Abbiamo un problema più profondo, che in epoche recenti, almeno nella psicologia di massa, con questo?

«Sembra che la verità sia diventata una cosa démodé. Ma questo è quello che è accaduto anche altre volte nella storia, nell’epoca che racconto, in cui il mio protagonista, Manuel Mena, muore: gli anni Trenta. Hitler nel Mein Kampf scriveva che le piccole menzogne non funzionano, occorrono, sulla scena pubblica, delle grandi menzogne, e le migliori sono le enormi menzogne. Sono il genere di menzogne con cui Franco ha avvelenato tantissima gioventù, anche quella di questo mio zio, della cui storia mi sono voluto riappropriare. O le menzogne di Donald Trump, quando disse che Obama non era nato in America».

La Spagna ha scontato tutto questo?

«La Spagna non è diversa da altri paesi europei, in questo. Nel romanzo precedente, L’impostore, raccontavo la parte di passato speculare a quella franchista: un eroe della resistenza che s’inventa di esser stato internato a Mathausen. E perché faccio questo? Perché penso che, messi di fronte al nostro vero passato, la nostra tendenza - di tutti gli esseri umani - è nascondere, edulcorare, inventare. Il personaggio di Eric Marco inventa per uscire dal suo stato di persona grigia, anonima, dimenticabile».

E in questo libro?

«In questo libro è l’esatto opposto: andare alla ricerca delle verità più sgradevoli, che sono parallelamente le mie, in quanto della mia famiglia, e quelle del mio Paese».

Manuel Mena muore che è un bambino, a diciassette anni. La Spagna è stata - come per tanti aspetti l’Italia - un paese mai del tutto cresciuto, sia pure per ragioni differenti?

«La Spagna è un paese che è stato fatto vivere nella menzogna, come questo mio giovane antenato. Gli viene fatta credere una bugia, che Franco è un eroe, che la guerra una possibilità, e quando capisce che l’hanno fregato è troppo tardi, sta già morendo. C’è una frase di Orazio, che cito: “Dulce et decorum pro patria mori”, dolce e dignitoso morire per la patria. È una straordinaria bugia. Spesso mi viene da pensare che senza letteratura, e la poesia, non sarebbero esistiti i fascismi. È una provocazione, ma è così. Manuel Mena va in battaglia pensando alla guerra gloriosa di Velazquez, e si ritrova invece nell’incubo di Goya».

Eppure solo nella narrazione, o in generale nell’arte, a volte si intuisce qualcosa di che cos’è il male. Viene in mente appunto Anatomia di un istante. Oppure i classici. Dostoevskij.

«La letteratura ha questa forza: capisce il male. Non lo giustifica, lo capisce. Senza Shakespeare, non capiremmo neanche come risparmiarci un oligofrenico come Riccardo III. Senza Dostoevskij, non sapremmo difenderci dall’intellettuale che diventa assassino».

Il delitto è noto; il castigo qual è?

«Il castigo è finire in mano a questi incendiari dell’immaginazione, come sono anche Trump, o Grillo».

Cercas temeva molto anche Marine Le Pen, quando abbiamo parlato. Ma ce la siamo evitata.


[Numero: 79]