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Jan Brokken, anima baltica “Il confine, promessa e minaccia”

George Simenon ricorda nelle Memorie intime una curiosa avventura del ’29, in un porto tedesco, mentre navigava per il Baltico con la sua barca Ostrogoth. Un doganiere si insospettì quando seppe che era uno scrittore, e gli impose di lasciare subito la Germania. A Jan Brokken, molti anni dopo, è andata meglio in un porto estone. Racconta in «Anime Baltiche» di un’irruzione poliziesca, nottetempo, sulla nave mercantile che lo ospita; i gendarmi si insospettiscono alla vista di un passeggero assonnato che vuole «vedere il Mar Baltico», uno gli chiede infine che mestiere fa e alla risposta: scrittore, «mi sembrò - commenta - di cogliere una punta di sarcasmo nel modo in cui mi timbrò il passaporto».

Brokken, olandese giramondo, è un grande narratore di viaggi «perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi». La scena sembra dirci che la linea di confine nella storia, non cambia mai. Sbarrata e permeabile. Promettente e minacciosa.

E che uno scrittore è sempre un tipo sospetto?

Era il ‘99, dieci anni dopo la caduta del Muro, otto dal collasso dell’Urss e dall’indipendenza dell’Estonia. Ma il comportamento dei poliziotti era ancora quello degli anni comunisti. Inoltre ci chiesero qualche regalo. Si tratta della corruzione a basso livello che ho conosciuto dovunque, in Africa come in Sud America. Penso che oggi assistiamo a una mescolanza di tutti i peggiori atteggiamenti degli ultimi cent’anni. E lo scrittore, sì, resta un tipo sospetto.

C’è scritto «autore» sul suo passaporto?

No, mi riconoscono. Uno scrittore è sempre un po’ sospetto, perché è in cerca di qualcosa.

In cerca di che?

Piccoli dettagli che raccontano una storia molto più grande.

Come quelle degli illustri e sconosciuti raccolti in Anime Baltiche, con le grandi figure di Romain Gary e Hanna Arendt.

Erano entrambi ebrei, e sapevano che cosa significhi diaspora. Quel che mi interessa maggiormente è il fatto che vennero espulsi dalla loro storia, non solo dal Paese dove vivevano.

La stessa situazione da lei descritta in «Nella casa del pianista» a proposito del musicista russo Youri Ergov.

Arrivò ad Amsterdam con l’intenzione di diventare un occidentale il più presto possibile. Dieci anni dopo, era almeno russo quanto Rachmanikov negli Usa. Lasciare per sempre il tuo Paese è il castigo peggiore, per chiunque. Pensi a tutta quella gente che sbarca a Lampedusa. Sono solo agli inizi di una esperienza terribile.

Ricorda “Imagine”, la canzone dei Beatles? “Imagine there’s no countries”, il sogno di un mondo senza confini.

No countries ... Potrebbe essere noioso. Molti lettori di Anime Baltiche hanno visitato l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, e si sono eccitati proprio nello scoprire un mondo diverso. Sarebbe un incubo, se non ci fossero Paesi diversi.

Il confine ha anche una valenza positiva?

Sì. La cosa migliore è trovare, oltre il confine, qualcosa di totalmente nuovo. Ricordo la mia prima volta in Italia, quando entrai in una chiesa cattolica. Per il ragazzo olandese e protestante che ero, figlio di una predicatore, fu meraviglioso. Anche se ero un po’ impaurito da tutti quei santi e madonne.

E come finì?

Che mi sono poi spostato con una ragazza cattolica.

Il confine è una promessa quando può essere varcato in entrambe le direzioni. Un incubo, per sovranisti e populisti.

Sembra che 3 milioni di africani premano per venire in Europa. Il problema è che moltissimi africani immaginano la società occidentale come fosse una serie tv. Nella foresta profonda del Gabon, uno mi chiese una volta se possedevo una Chevrolet. No? Allora ero un povero. Se superi un confine per cercare un mondo diverso, sarai felice. Se lo fai alla ricerca di una vita molto migliore, la possibilità di esserne deluso è molto alta. Il mio timore per il futuro è una folla di persone frustrate.

Che cosa pensa del compatriota Geert Wilders, o di Marine Le Pen?

Penso sia urgente dare ascolto agli artisti, ai poeti, ai filosofi, agli storici, non tanto ai politici. In ogni caso, non agli eroi della paura.

I poeti hanno delle soluzioni?

E i politici, ne hanno? Non mi facciano ridere. I politici populisti non hanno fanno altro che destare il panico. Molto meglio leggersi L’Idiota.

E cioè Dostoevskij , cui ha dedicato l’ultimo libro, in forma di romanzo. La storia della sua deportazione in Siberia, anche in questo caso su un estremo confine.

Dostoevskij fu bandito per dieci anni da San Pietroburgo. Quattro ai lavori forzati, sei come soldato-forzato. Ma non indulse mai all’autocommiserazione. Questa è la sua grande lezione. Credere in te stesso, prendersela semmai con la tua debolezza e godere di tutto ciò che di buono c’è in te. Scrisse che “solo la bellezza salverà il mondo”. Penso sia una rivendicazione meravigliosa.

Che cosa significa superare i confini?

Superare i confini ti comunica il senso della vita. C’è un solo confine con cui non potrai far nulla, quella tra vita e morte. Il più orribile. La fine di ogni curiosità, creatività, amore, meraviglia. È questo il motivo per cui molti credono nel cielo e in Dio: l’idea che il tuo viaggio continuerà tra le nuvole. È certamente irrealistica, ma è bellissima. Ciò che rimane è il sogno. Il sogno di una viaggio perfetto e senza fine.


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