confini

Il capitano Achab ha bussato alla mia porta... Tra realtà e fantasia la linea di confine è incerta

Avrò avuto poco più di una decina d’anni, e stavo leggendo una riduzione di Moby Dick per ragazzi. Ero arrivato alle pagine in cui si parlava della gamba artificiale del capitano Achab, che non era di legno, ma di un materiale molto più duro e resistente: la mascella di capodoglio, quando un pomeriggio bussarono alla porta. Andai ad aprire e mi trovai di fronte un uomo alto, rugoso e secco. Indossava un cappotto scuro e pareva appena sceso dal Pequod, dopo avere attraversato l’Atlantico. Sollevò il bastone a cui si appoggiava e fece un passo legnoso in avanti. La gamba sinistra era rigida e inarticolata. Poteva avere benissimo duecento anni.

Arrivò mia nonna, e si mise a piangere. Non lo vedeva da una vita. I due si scambiarono un lungo abbraccio zoppo. Poi il vecchio si girò verso di me e mi chiese: Tu, a chi appartieni? Mia nonna gli disse che ero l’ultimo arrivato nella nostra famiglia di lunatici e sventurati. E a me spiegò: è tuo zio, torna ora dall’America.

Non ebbi alcun dubbio: si trattava del capitan Achab in persona. Mia madre me l’aveva sempre detto che i personaggi di romanzo sono di carne e ossa e che a volte escono dai libri. Ma non avrei mai pensato che fosse anche mio zio. Lo accompagnai riguardosamente nella nostra sala da pranzo. Qualcuno gli sfilò il cappotto e gli prese il bastone. Senza, mi parve un uomo ancora più allampanato e spigoloso. Anche le mani erano ossute e piene di macchie. Ma appena seduto, si tirò su la campana dei pantaloni e mi chiese di toccargli la gamba.

Non sapevo cosa fare. Mi vergognavo, ma allo stesso tempo avevo troppa curiosità di sapere di che materiale fosse, se di legno o di mascella di capodoglio. Così chiusi la mano a pugno, mi avvicinai e con due nocche... era di legno, di legno nero, e suonava piena. Lui allungò due dita, le posò sui miei capelli. Poi tirò il fiato ed estrasse dai polmoni prosciugati la frase che si era preparato forse per tutto il viaggio. Lo vedi che vuol dire partire? mi disse, vuol dire perdere una gamba, non te lo scordare.

E subito dopo aggiunse che era stato per la maledetta puntura di una mosca velenosa, durante la bonifica di un fiume. Gli erano bastati cinque minuti per insegnarmi che emigrare era la stessa cosa che subire un’amputazione. E anche che una mosca può essere pericolosa quanto una balena.

Da allora non ho più smesso di fare confusione tra la vita e la letteratura. Il confine tra il territorio della realtà (la Storia) e quello della possibilità (la Letteratura) è sempre stato per me una linea incerta che ho visto più volte valicare, da una parte e dall’altra, tanto che ho finito per credere che esista per davvero una porta magica, una porta simile a quella che si può vedere al centro di Piazza Vittorio, a Roma. Un passaggio attraverso il quale noi possiamo entrare nelle storie degli altri e i personaggi di uno scrittore lontanissimo nel tempo e nella geografia invadere la nostra vita. Per me, quel varco sono sempre stati i libri e i racconti orali. Vi sono stato educato come si viene educati all’eresia e alla sovversione. Perché ogni favola è una disubbidienza, un atto di ammutinamento alla realtà e alle sue ingiustizie.

Per questo, non mi è stato difficile, quando fui cresciuto, immaginare un uomo che inseguì per tutto il mondo e per mezzo secolo un trofeo dorato oppure la disperata partita tra un campione di scacchi e un dittatore o ancora un vecchio attore che vince alla morte un anno in cambio di una risata. E, per ultimo, l’arrivo in un villaggio di mare di una scalcinata compagnia di pupari che aveva affidato a una nana il ruolo di Angelica. È stato il mio puerile tentativo di tornare ad abitare il romanzo, l’unico luogo ancora in grado di concepire l’azzardo di un’utopia.

Ma tutto era cominciato dai miei antenati, da quando mia nonna, a Natale, apparecchiava la tavola lasciando dei posti vuoti per tutti i parenti emigrati all’estero, chi in America, chi in Nuova Zelanda, e alla fine anche per chi non sarebbe più tornato. Gli sistemava le posate, riempiva i bicchieri di vino, e a cena, a turno, invitava ogni adulto a raccontare le loro avventure. La chiamavo la tavola degli assenti, ma sembrava una recita.

Forse è vero anche per i siciliani quello che si dice per gli spagnoli e i giapponesi: il teatro è il luogo del sogno e dei morti. Sono cresciuto tra quelle sedie vuote, come nel mezzo di una rappresentazione che si ripeteva inalterata. La mia infanzia è abitata dagli spettri della mancanza: ogni sedia, un nome. E una storia. Poi, ogni tanto, quasi per miracolo, qualcuno rimpatriava, come la prova vivente dei racconti che l’avevano preceduto.


[Numero: 79]