Crowd funding

Una rivoluzione per il credito: la fiducia nelle banche è scarsa ma le scorciatoie sono difficili

Delle banche molti non si fidano più, con buone ragioni. Sembra attraente mettere direttamente in contatto chi ha risparmi da investire con chi ha bisogno urgente di un prestito. Può essere utile. Ma anche qui interviene un problema di fiducia, e non da poco.

In concreto quella parte del «crowdfunding» che tenta di sostituirsi alle banche offre agli imprenditori, o alle famiglie per acquisti, prestiti rapidi, con pochissime formalità e senza garanzie personali, ma perlopiù cari; ai risparmiatori offre alti rendimenti, seppur con il rischio di perdere l’intero capitale (come con le azioni in Borsa).

Si evitano le lungaggini, ci si scrolla di dosso il peso delle troppo complesse strutture aziendali delle banche; si taglia corto con il sospetto che i banchieri vadano pigramente sul sicuro, finanziando solo chi di soldi ne ha già, oppure i ben raccomandati. Tuttavia, nel prestare denaro il rischio è ineliminabile.

Lo è tanto più in Italia, dove la fiducia reciproca tra i cittadini è poca, e una causa civile per farsi dar ragione contro un qualsiasi imbroglio richiede lunghi anni. Come in tutta l’Europa continentale, da noi le imprese medio-grandi usano poco uno strumento per far da sé che già esiste, emettere obbligazioni. In ogni caso è bene che le nuove forme di finanza diano qualche puntura nel fianco alle banche. Finora nel credito, a differenza che altrove, i progressi tecnologici non hanno recato alcun beneficio ai clienti. Gli studi dell’economista francese Thomas Philippon mostrano che il costo dell’intermediazione bancaria rimane pressoché invariato da decenni e decenni.

Negli anni ruggenti prima della crisi del 2007-2008, tra tante chiacchiere sulla finanza innovativa le banche si affannavano – altro che start-up! – soprattutto a metter soldi nel settore più vecchio di tutti, l’immobiliare. A conti fatti, per i cittadini «l’unica novità positiva è stata il bancomat», nelle parole dell’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker. Secondo altri esperti, oltre un certo limite una banca nemmeno risparmia a ingrandirsi (si esauriscono le «economie di scala»). Eppure si ingrandiscono, fino a diventare troppo importanti perché gli Stati possano lasciarle fallire («too big to fail»). D’altra parte le banche piccole, in Italia ma anche in Spagna e (nascondendolo meglio) in Germania, sono state spesso mal governate in nome degli interessi locali di industriali e politici nemici delle novità, dediti a prestare soldi agli amici degli amici.

Atteso da anni, forse ora arriva il momento in cui informatica e internet rivoluzionano l’attività creditizia? Gli sportelli semivuoti mentre i bonifici viaggiano via telefonino lo possono far sperare. Però le scorciatoie sono difficili: chi risparmia vuole sicurezza e pronta disponibilità del denaro, chi prende a prestito vuole attendere con calma che l’investimento dia i suoi frutti. Solo con un ampio mercato finanziario svincolato dal controllo delle banche, e ben vigilato, si neutralizzano i rischi.


[Numero: 78]