Crowd funding

Il segreto del crowdfunding? Sapersi raccontare, e poi vendere

«Conta il progetto, certo. Ma conta soprattutto come uno sa raccontarsi e come sa vendersi», spiega Angelo Rindone. Il «segreto» del crowdfunding sta tutto qui, è una questione di storytelling come si dice oggi, di credibilità e di reputazione. Rindone, partendo da esperienze maturate nel mondo dell’autoproduzione culturale e del media-attivismo, nel 2005 a Milano ha fondato «Produzioni dal Basso». La sua è stata la prima piattaforma di finanziamento collettivo nata in Italia, «il termine crowdfunding non era stato ancora inventato e non c’era nemmeno ancora Youtube» ricorda. Oggi «Pdb» è tra le piattaforme italiane più affermate con 137 mila sottoscrittori, quasi 1800 progetti lanciati on line e 4,2 milioni di euro di raccolta. L’idea di partenza di questo 42enne dalla vista lunga, già dodici anni fa, era quella di «disintermediare, o meglio di reintermediare, anche l’aspetto finanziario», dopo le rete l’aveva già consentito in tanti altri campi. «A mio modo di vedere questo è un altro aspetto della sharing economy – spiega - . Lo dico così “alto” perché se parliamo di crowdfunding a livello generale dentro ci sono tante componenti: c’è la donazione, la prevendita, c’è il social lending e poi ci sono le componenti più di business, come il prestito oppure l’equity».  

 

C’è un modello italiano di “finanziamento collettivo”?  

«Non c’è uno specifico “modello italiano”, anche perché nel mondo oggi ci sono 7-8 mila piattaforme, al punto che è pure difficile mapparle. Ma per sua natura il crowdfunding tende a modificarsi in base al territorio nel quale opera a seconda delle sensibilità dei vari popoli e di come nei vari paesi vengono percepite le economie, l’economia del dono ma non solo. E questo vale ovviamente anche per noi». 

 

I numeri ci dicono che rispetto ad altri paesi siamo in ritardo: tante piattaforme ma poca raccolta. Perché?  

«Quello italiano è evidentemente ancora un mercato acerbo e ancora molto polverizzato. Sta crescendo, però su 80 piattaforme solo 4 hanno più di 50 mila utenti. I motivi sono sostanzialmente due: uno di tipo culturale, visto che in generale nel campo digitale siamo più indietro di altri paesi, mentre il secondo è un problema di cultura progettuale. Il finanziamento collettivo impone infatti una costruzione molto attenta dei progetti e una altrettanto efficace comunicazione delle proprie idee e della propria storia. Un lavoro che gli americani ad esempio sanno fare certamente molto bene, mentre in Italia tendenzialmente in questo campo siamo un poco più scarsi».  

 

Gli italiani per caso non si fidano?  

«Nel campo dell’equity forse un po’ sì, perché quando investo soldi mi aspetto un ritorno di tipo economico ben preciso e fintanto che non si affermeranno grandi operatori difficilmente potrà aumentare la percezione di serietà e solidità di questo comparto. Per quanto riguarda reward e donation non credo invece che ci sia diffidenza, anche perché essendo il crowdfunding una costola della sharing economy ne utilizza gli stessi paradigmi. A cominciare dal rating, la fiducia che viene posta nel nostro interlocutore, che in questo campo poi è la vera moneta, come dimostra il successo di Airbnb che sta completamente disintermediando il mercato degli alloggi». 

 

Qual è il “segreto” della donazione?  

«Come prima cosa i progetti vengono sostenuti dalla community che conosce il progettista, valida a livello sociale la sua proposta e fa da garante, confermandomi che questo signore esiste, che sa fare davvero la cosa che propone e sa farla bene. E comunque prima di sostenere un progetto, un libro, un film o una produzione musicale, si possono sempre effettuare verifiche attraverso i social per conoscere meglio le persone e capire cosa hanno fatto. Come è capitato a Gabriele Del Grande, il giornalista-blogger arrestato ad aprile in Turchia, che attraverso la nostra piattaforma ha raccolto quasi 50 mila euro per scrivere un libro sull’Isis. Ci è riuscito perché aveva una storia reputazionale ben precisa e perché è riuscito a spiegare molto bene cosa aveva in mente di fare». 

 

Nel vostro campo c’è un pericolo truffe?  

«Truffe no, finora nessuno è scappato alle Maldive dopo aver ottenuto fondi per un progetto, proprio per la questione reputazionale di cui dicevo. E comunque, anche là dove uno dovesse scrivere un progetto “sbagliato” o impossibile, c’è sempre una community che lo segue (un po’ come avviene con Wikipedia), che vigila, segnala, critica e commenta. L’unico pericolo di “truffa”, se così la vogliamo chiamare, riguarda la possibilità che un progetto non venga chiuso in maniera corretta, magari per problemi di produzione o perché non si riesce a fare la distribuzione nei tempi previsti. Ma questa è più una questione di “fail”, di errori di valutazione, che di “fake”».  

 

Qual è stata la scintilla che ha fatto nascere Produzioni dal Basso?  

«Non avevamo un modello di business. L’idea di partenza è stata semplicemente quella di dire che se Internet consentiva processi di disintermediazione nel campo dell’informazione e della divulgazione di tipo culturale, con un rapporto one-to-one tra artista e pubblico, allo stesso tempo avrebbe potuto creare meccanismi di finanziamento delle idee e dei progetti concreti. Di qui poi il nome, “Produzioni dal Basso”».  

 

Che futuro vede per il crowdfunding?  

«Secondo il World Economic Forum buona parte del risparmio mondiale nel futuro girerà su piattaforme di crowdfunding, che poi sia una donazione, la prevendita di un prodotto, che sia l’aiuto alla realizzazione di un progetto, il prestito o l’equity questo fa parte delle varie diversificazioni che si possono fare dell’utilizzo di uno strumento. Mi sembra comunque un processo irreversibile e soprattutto sempre più mobile, con numeri che raddoppiano di mese in mese. Da cui poi discende una novità importante: la narrazione del progetto si sta facendo sempre più compressa. Non c’è più la narrativa da desktop, il testo lungo e i files da scaricare, ma prevale sempre più l’aspetto emozionale e immaginifico. In stile Snapchat per intenderci». 


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