Crowd funding

Lending club, un crac che fa male e Goldman Sachs ritorna al business

Con il Jobs Act (Jumpstart Our Business Startups), quello originale firmato da Obama nel 2012 per aiutare le start up, l’America ha regolamentato il crowdfunding. L’economia libera si basa sul capitale fornito ad aspiranti imprenditori in cambio di una remunerazione, e la platea degli investitori è cresciuta nel tempo. Il 16 maggio 2016, negli USA, è caduta l’ultima barriera: con l’entrata in vigore del Titolo III (Regolamentazione del Crowdfunding), è stata legalizzata la possibilità per i 310 milioni di cittadini di partecipare, dall’avvio, alla nascita della prossima Facebook. Questo paragrafo del Jobs Act ha infatti allargato la possibilità per chi emette azioni di raccogliere fondi, online e fin dallo stadio iniziale della start up, senza rivolgersi obbligatoriamente agli investitori “qualificati”, persone fisiche che guadagnano almeno 200mila dollari annui o con patrimonio netto di almeno un milione (esclusa la residenza).

Il limite aveva lo scopo di proteggere i piccoli risparmiatori, ritenuti meno preparati a capire i rischi dell’investimento, ma insieme li discriminava, impedendo loro di accedere alle potenziali miniere d’oro dell’innovazione americana. La democratizzazione della finanza, che aveva già al suo attivo fondi comuni e fondi pensione, con Internet ha fatto l’ultimo balzo. Se i website sono piattaforme di comunione tra utenti che bypassano le istituzioni in tutti i campi, dalla ricerca della casa (da affittare o comprare) a quella dell’anima gemella (per una sera o da sposare), nel mondo del denaro l’assalto alla banca è frontale. Il crowdfunding ha moltiplicato le opportunità di realizzare i sogni, con Kickstarter, IndieGogo, GoFundMe, spaziando dai finanziamenti di gadget alle raccolte di beneficenza. Un esempio serio? La musicista Amanda Palmer ha raccolto 1,2 milioni di dollari da 24.883 fans nel 2012 per un nuovo album. Una bizzarria? Nel 2014 Zack Brown, spiritosone, aveva chiesto 10 dollari per cucinarsi un’insalata di patate: ne ha raccolti 55mila tra 6900 burloni come lui e ha organizzato un’ “insalata party” di massa con 1500 chili di patate.

Sul “crowdfunding basato sul debito”, o “crowdlending” (“la folla che presta”), invece non si scherza. Creare una base per far incontrare chi vuole fondi e chi li presta per puro interesse è del resto l’idea su cui erano nate le banche. Con Internet non c’è più bisogno di loro, hanno pensato gli inventori di Zopa in Gran Bretagna (nel 2005) e di Lending Club e Prosper.com in America (nel 2006). Di piattaforme del genere ne sono poi fiorite a centinaia, tanto che la stessa Goldman Sachs è entrata in questo business. Il vantaggio per chi aderisce a questa formula per finanziarsi è di pagare meno che alla banca, e per chi fa il prestito di intascare un tasso più alto dei titoli di stato: il miracolo è che le società di crowdlending hanno costi di gestione ridottissimi rispetto a quelli delle banche, e il risparmio remunera di più debitori e creditori. Ma diventando imprese dalle dimensioni enormi, si moltiplicano i rischi. Lending Club si è quotata nel 2014 a un valore di 10 miliardi, ma un anno fa è stata travolta da uno scandalo gestionale che ha estromesso il suo fondatore Renaud Laplanche e ha mostrato le insidie insite nel crowdlending. Se il modello di business è lo stesso delle banche che fanno prestiti, la qualità del credito resta al centro dell’impresa. E la valutazione via Internet non garantisce l’affidabilità dei debitori. Anzi.


[Numero: 78]