Crowd funding

Il miraggio della libertà per cittadini affamati di impegno

Abigail Glasgow, studentessa al terzo anno dell’Università di Georgetown, Washington, vuol passare l’estate da volontaria all’orfanotrofio La Pouponniére di Mbouf, Senegal. Per raccogliere le spese vive, viaggi, soggiorno, vitto, usa online la piattaforma Gofundme illustrando la sua missione umanitaria a donatori che, anonimi e no, da 10 dollari fino a 1000, la sostengono.

Abigail non è sola, oggi il crowdfunding è tecnica per finanziare campagne politiche e sociali, commerciali e artistiche. Nel 2004 Howard Dean, candidato democratico alla Casa Bianca, varò una piattaforma social per raccogliere il denaro necessario agli spot. Dean non ha poi vinto la nomination, ma l’idea è stata adottata da Obama, Clinton, Trump. I cittadini vengono coinvolti con micropagamenti, avvinti con annunci pubblicitari, fidelizzati dalla rete. Gianroberto Casaleggio, cofondatore con Beppe Grillo del Movimento 5 Stelle, introdusse questi strumenti in Italia, certo che sarebbero rimasti appannaggio M5S: invece, sia pur lentamente, anche gli altri partiti arrivano al crowdfunding.

Ci sono ragazzi che hanno disegnato un orologio particolare, non la solita patacca d’oro da gigolo, gioiellini a basso costo e dal design raffinato, come Klokers o Vortic. Li progettano online, poi chiedono a chi desidera acquistarli un impegno, dandosi le basi finanziarie per la produzione . Il cliente diventa militante, come in politica il cittadino si trasforma in finanziatore. Valentino Parlato, il fondatore del quotidiano Il Manifesto scomparso da poco, scherzava: « Dovrebbero darmi il copyright, il crowdfunding, l’ho inventato io al Manifesto con il caporedattore Melillo: quando avevamo un’idea, il supplemento Talpa Libri o la collana dei libri di Stefano Benni, chiedevamo ai lettori di anticiparci i fondi con i versamenti alla Posta…».

Parlato aveva ragione, da sempre mobilitare la base con un impegno economico funziona, Mussolini convinse le donne a regalare le fedi matrimoniali alla Patria, per protestare contro le sanzioni, e mio padre ricordava la raccolta della gomma usata nei reggicalze, prima della guerra: «Quando poi sbarcarono gli americani, e li vidi scaricare intere navi stracariche di pneumatici, compresi che la passione di base ha l’entusiasmo, non i mezzi».

Alla recente conferenza Future Media Lab di Bruxelles, organizzata da Commissione Europea e Google, le due concezioni che assillavano mio padre si sono affrontate per due giorni. I blogger dei siti del giornalismo investigativo scommettono su un futuro “crowd”, il reporter propone un’inchiesta ai lettori che la sostengono con micropagamenti. Per Mark Dekan, amministratore delegato Springer Media, invece, senza editori capaci di organizzare l’informazione libera su un business model forte, la qualità dei media è a rischio, e con essa la vivacità della democrazia: tesi corroborata di recente da Rodolfo De Benedetti su Bloomberg.

Cory Doctorow, autore del saggio “Information Doesn’t Want to Be Free: Laws for the Internet Age”, ragiona del passato, quando gli artisti non avevano copyright, diritti d’autore, per vivere grazie alla propria opera: andavano in strada – fino a Shakespeare – sperando nel sostegno della folla. Crowdsourcing è il ritorno a questa stagione antica di affidamento e fiducia, la rete offre a tutti il miraggio della libertà, temperato dallo spettro della povertà. Si tratta dunque di lasciar esprimere in modo aperto “la folla”, evitando però che tra Gulliver dei monopoli social e Lillipuziani dei microblog resti una terra di nessuno, dove sorgevano un tempo democrazia e società aperta.


[Numero: 78]