Tivù Tivù se non ci fossi tu

Tempi duri per i talk i politici non amano troppe domande

Non è facile fare un talk di questi tempi. Partiamo dagli ospiti, i politici: qualcuno dice che libererà il Paese (dagli altri, ovviamente). Qualcuno dice che il popolo è con lui, mentre gli altri sono i radical chic con la pancia piena. Un altro sostiene che chi vota per lui vuole cambiare il mondo, e che gli altri tifano contro il Paese. Chi c’era prima era persino più diretto. Diceva che gli italiani più simpatici stavano dalla parte sua. Gli altri, spiegava “si guardano allo specchio e si rovinano la giornata”.

Sembra proprio che, mancando la possibilità di dividere la cittadinanza sulla base delle cose che si fanno (dal momento che è diventato complicatissimo farle), la politica chieda ai cittadini di schierarsi sulla base di categorie molto semplici, del genere “ottimista – pessimista”, “vincente o gufo”.

Ognuno si ritiene l’antibiotico di un virus che si è inventato lui stesso.

La prima cosa che il politico domanda al cittadino è «Stai con me o contro di me?», mentre dovrebbe essere il cittadino a domandare al politico: «Come risolverai questo problema?».

In questo quadro la comunicazione tra leader e popolo tende ormai a muoversi dall’alto verso il basso, rafforzando sempre e comunque, in conclusione, la posizione del capo.

La politica che elimina la complessità, che divide la realtà in due squadre, che alza i toni del confronto e si rivolge direttamente a chi vuole guidare, considera ogni realtà intermedia tra se stessa e il popolo un ostacolo, quando non un’arma che le viene diretta contro dall’élite conservatrice.

Per questo, forse, il politico è sempre molto critico nei confronti dei talk show. Il leader chiede di rispondere sì o no alle sue domande, non accetta di rispondere a domande poste da altri.

Meglio, dal suo punto di vista, il rapporto diretto “con il popolo del web”. In rete le squadre sono già fatte, e sono quelle che fanno comodo al politico. C’è chi è d’accordo con te, e c’è chi ti contrasta. Qualcuno ti insulta, è normale: d’altronde il mondo è diviso in due no? Chi ti ama e chi ti ostacola. E il politico che risponde alle domande in diretta del web mostra di combattere i suoi nemici, viso a viso, senza bisogno di giornalisti malfidati, che “fanno sempre il gioco” di qualcun altro.

In realtà, per una trasmissione ben fatta, il dubbio è la ricchezza; la molteplicità e la varietà sono la normalità, le alternative e l’esito aperto di ogni ragionamento sono la meta. Il lavoro del giornalista è anche, d’altronde, mettere in dubbio quel che dice il politico, spingendolo a superare le prove e a scavalcare gli ostacoli. Anche quelli che non si aspetta di incontrare.

Il panorama televisivo attuale offre oggi un’ampia scelta di talk show. Non credo alla crisi degli ascolti, credo semplicemente che gli ascolti siano frazionati tra tante trasmissioni. Eppure la politica critica molto tutti i talk show. Perché non sono funzionali alla semplificazione della realtà. La loro struttura, la loro natura, porta anzi a distruggere la narrazione semplificata dell’esistente.

In una società aperta, dove sono in tanti ad esprimere opinioni e dove i tanti possono scegliere l’opinione più convincente, il populismo muore di fame. Perché in una società del genere si ha fame di idee, e una sola idea (accompagnata – dialetticamente - dal suo contrario) non basta più a nessuno.

E se un talk non piace, si cambia canale e se ne segue un altro.

Non è facile fare un talk di questi tempi. Partiamo dagli ospiti, i politici: qualcuno dice che libererà il Paese (dagli altri, ovviamente). Qualcuno dice che il popolo è con lui, mentre gli altri sono i radical chic con la pancia piena. Un altro sostiene che chi vota per lui vuole cambiare il mondo, e che gli altri tifano contro il Paese. Chi c’era prima era persino più diretto. Diceva che gli italiani più simpatici stavano dalla parte sua. Gli altri, spiegava “si guardano allo specchio e si rovinano la giornata”.

Sembra proprio che, mancando la possibilità di dividere la cittadinanza sulla base delle cose che si fanno (dal momento che è diventato complicatissimo farle), la politica chieda ai cittadini di schierarsi sulla base di categorie molto semplici, del genere “ottimista – pessimista”, “vincente o gufo”.

Ognuno si ritiene l’antibiotico di un virus che si è inventato lui stesso.

La prima cosa che il politico domanda al cittadino è «Stai con me o contro di me?», mentre dovrebbe essere il cittadino a domandare al politico: «Come risolverai questo problema?».

In questo quadro la comunicazione tra leader e popolo tende ormai a muoversi dall’alto verso il basso, rafforzando sempre e comunque, in conclusione, la posizione del capo.

La politica che elimina la complessità, che divide la realtà in due squadre, che alza i toni del confronto e si rivolge direttamente a chi vuole guidare, considera ogni realtà intermedia tra se stessa e il popolo un ostacolo, quando non un’arma che le viene diretta contro dall’élite conservatrice.

Per questo, forse, il politico è sempre molto critico nei confronti dei talk show. Il leader chiede di rispondere sì o no alle sue domande, non accetta di rispondere a domande poste da altri.

Meglio, dal suo punto di vista, il rapporto diretto “con il popolo del web”. In rete le squadre sono già fatte, e sono quelle che fanno comodo al politico. C’è chi è d’accordo con te, e c’è chi ti contrasta. Qualcuno ti insulta, è normale: d’altronde il mondo è diviso in due no? Chi ti ama e chi ti ostacola. E il politico che risponde alle domande in diretta del web mostra di combattere i suoi nemici, viso a viso, senza bisogno di giornalisti malfidati, che “fanno sempre il gioco” di qualcun altro.

In realtà, per una trasmissione ben fatta, il dubbio è la ricchezza; la molteplicità e la varietà sono la normalità, le alternative e l’esito aperto di ogni ragionamento sono la meta. Il lavoro del giornalista è anche, d’altronde, mettere in dubbio quel che dice il politico, spingendolo a superare le prove e a scavalcare gli ostacoli. Anche quelli che non si aspetta di incontrare.

Il panorama televisivo attuale offre oggi un’ampia scelta di talk show. Non credo alla crisi degli ascolti, credo semplicemente che gli ascolti siano frazionati tra tante trasmissioni. Eppure la politica critica molto tutti i talk show. Perché non sono funzionali alla semplificazione della realtà. La loro struttura, la loro natura, porta anzi a distruggere la narrazione semplificata dell’esistente.

In una società aperta, dove sono in tanti ad esprimere opinioni e dove i tanti possono scegliere l’opinione più convincente, il populismo muore di fame. Perché in una società del genere si ha fame di idee, e una sola idea (accompagnata – dialetticamente - dal suo contrario) non basta più a nessuno.

E se un talk non piace, si cambia canale e se ne segue un altro.


[Numero: 77]