Tivù Tivù se non ci fossi tu

Nuovo cinema tv (con l’incubo zapping)

Senza falsa modestia Ricky Tognazzi, autore nel ’91 di Ultrà e due anni dopo della Scorta, si definisce regista di «prototipi» che, dopo il successo sul grande schermo, hanno dato il via, in tv, a nuove modalità narrative, capaci di produrre grandi ascolti e attraenti telestar: «Da quei tempi, sul piccolo schermo, di “scorte” ne ho viste tante. In quei film, per la prima volta, si usava un linguaggio duro, anticonformista, per descrivere ragazzi marginali alla ricerca di identità, la “curva” calcistica con il suo dialetto, e giovani poliziotti diversi da come il cinema civile li aveva raccontati fino a quel momento».

Il mezzo è cambiato, ma la rappresentazione di quelle realtà ha subito grande impulso: «Si coniò, all’epoca, il termine “neo-neorealismo”, ma poi la tv ha sottratto terreno ai film, qualcosa si è logorato, e adesso al cinema le opportunità ghiotte sono solo due, il film-evento e la commedia. Forse anche perchè la gente che paga il biglietto ha voglia di ridere, e non di infognarsi dentro problematiche serie e pesanti». Il cinema di genere, per tanti anni colonna portante della produzione made in Italy, «è stato assorbito dalla televisione». Colpa anche, sorride Ricky Tognazzi, dell’«esaltazione del B movie americano» che ha fatto mettere da parte autori importanti come Petri, Germi, Pietrangeli: «Non potrò mai dimenticare Marco Ferreri quando, alla fine di una delle sue ultime interviste, sbottò in quel suo romano-milanese: e poi me dovete da spiegà’, che c...ve ne frega di Tarantino?».

La voglia di affrontare vicende significative, contribuendo a creare, soprattutto con le biografie celebri, quella indispensabile «biblioteca della nostra Storia», è rimasta viva nell’ispirazione di Ricky Tognazzi, regista, nelle ultime stagioni tv, di Pietro Mennea - La freccia del Sud, del Caso Enzo Tortora - Dove eravamo rimasti?, di Boris Giuliano - Un poliziotto a Palermo: «Sono arrivato in tv già “moderno”, i film per il cinema li ho girati muovendo la macchina da presa in funzione della narrazione e, lavorando per il piccolo schermo, non ho cambiato metodo. Ho bisogno di sapere che quell’immagine arrivi, che chi la vede non si annoi mai. Vigilo sull’attenzione del pubblico, stando attento a non perdere il ritmo, pensando sempre a quel maledetto aggeggio che il telespettatore ha in mano quando segue un programma». L’ombra dello zapping incombe, e allora è necessario «togliere, togliere sempre. E quando finalmente mi sembra di aver raggiunto la perfezione, tolgo ancora». Pensando anche a Mario Monicelli: «Quando gli dicevano che andava tutto bene però era meglio tagliare 5 minuti, lui continuava a chiedere “ma perché? Ma che ci dovete fa’ con quei 5 minuti”?».

Certi lussi, «ora che Internet e tv si stanno fondendo e che la tv generalista perde sempre più spazio», sono diventati lontani ricordi: «Per un regista la gioia del cinema sta nel sapere che la vita di un film è molto più lunga di quella di un prodotto nato per la tv. Il tempo e l’impegno per realizzarli sono uguali, ma un film tv si esaurisce in una serata, è divorato in un solo boccone, magari da tantissima gente, ma poi è finita. E questo lascia l’amaro in bocca, anche se so che è un problema di narcisismo». Oggi l’ imperativo, per un autore come Tognazzi, è tenere presenti le differenze: «Se fai film per la tv generalista devi stare attento a non farli come se lavorassi per Netflix. È una questione di etica». In veste di spettatore, il regista di Canone inverso e del Papa buono ha un preciso rapporto con la dominante mania delle serie: «Nei periodi in cui non mi devo svegliare all’alba per lavorare, mi ci butto dentro, sono capace di mandarle giù, una puntata dopo l’altra, come cioccolatini. Poi arriva il momento in cui le lascio perdere. Mi ha colpito una dichiarazione in cui un dirigente di Netflix, rispondendo sul rapporto con le altre piattaforme, diceva: le ore di sonno. Noi siamo in concorrenza con quelle».


[Numero: 77]