Tivù Tivù se non ci fossi tu

Intervistato, non imputato: le regole per un buon faccia a faccia

Metà anni ’80, passavo l’estate a New York, stagista alla NBCNews. Ogni mattina entravo nel Rockfeller Center con l’entusiasmo di chi va incontro a un’avventura. Velma Cato, una bella e autorevole quarantenne afroamericana che all’epoca dirigeva la newsroom, era la mia role model. Buoni consigli e qualche avvertimento: «Se ti piacciono le interviste TV, guarda i migliori, osserva la tecnica delle loro domande. Non le leggono. Le conoscono bene perché ci hanno lavorato sopra. Non sono attori. Sono giornalisti. E non mollano mai l’osso fino a quando non ottengono una risposta decorosa».

Per anni, anche dopo quello stage alla NBC News, ho sempre guardato alla tecnica dei migliori giornalisti tv americani. Alcuni li ho conosciuti. Una di loro, Andrea Mitchell, giornalista dal 1967 e ancora oggi in tv col suo Andrea Mitchell Reports è una delle intervistate nel libro Il potere delle donne che ho scritto per Feltrinelli. Andrea Mitchell conferma che una buona intervista tv resta una buona intervista tv anche se passano gli anni. La tecnica non invecchia e negli Stati Uniti alle giornaliste, da Andrea a Barbara Walters, viene richiesta competenza, apprezzamento da parte del pubblico. La carta d’identità non conta per loro, come non contava in Italia per Enzo Biagi.

Naturalmente ognuno ha la sua, di tecnica. Perché ogni programma ha un obiettivo preciso che dipende dall’orario nel quale va in onda, dalla rete per il quale è pensato, dalla durata della trasmissione. Un’intervista in notturna non ha gli stessi ritmi di una realizzata per i programmi del mattino.

Lavoro per Skytg24 da dodici anni. L’Intervista va in onda la domenica, alle 11.3O, in diretta e si basa su alcuni punti fermi: 1) un argomento scelto quasi all’ultimo minuto: dev’essere quello caldo nella settimana 2) un ospite noto, autorevole, che possa fornire un punto di vista chiaro e informato su quello specifico argomento 3) ogni domenica bisogna portare a casa il risultato.

Qual è per me, per noi di Skytg24, il risultato? Dare in 24 minuti non solo un approfondimento sul tema scelto, ma una notizia in più rispetto a quel che se ne sapeva prima.

In 24 minuti non hai i tempi distesi dell’intervista “morbida”, personale, che puoi avere in un talk del pomeriggio o della sera. E come diceva Velma Cato, c’è una differenza tra l’intervista di una giornalista tv e l’intervista di un entertainer quale è stato per anni David Letterman.

Le tecniche cambiano nella carta stampata, così come cambiano per la tv. Negli anni al Corriere della Sera e prima al Secolo XIX ho variato tante volte il registro delle interviste. Lo faccio anche oggi: un conto è fare domande sulle elezioni a un politologo francese per Il Messaggero, un altro intervistare un’attrice nel programma domenicale per Radio24 Nessuna è perfetta: anche la parola scritta può trasmettere le emozioni dell’intervistato, ma certo la telecamera le intercetta in diretta. Io non credo al giornalismo “teatrale”, ai finti scontri , alle liti cercate. Ma anche a me è capitato - e capita - di dover intervenire per non consentire mancanze di rispetto. Il web conserva il ricordo di vecchi botta e risposta con Sgarbi, in un Costanzo Show anni ‘90 così come di un mio recente battibecco con Brunetta. «Le domande le faccio io»: è il confine che un giornalista deve sempre mettere tra sè e l’intervistato.

A proposito dell’intervistato. La domenica, a Skytg24, davanti a me siede quasi sempre un politico: ministri, segretari di partito, capigruppo. Lo spirito del tempo vorrebbe che li si trattasse da “imputati” mentre in passato (ma in certi casi, in qualche trasmissione tv, è ancora così) il registro consigliato era l’adulazione.

Io parto dal presupposto che devo guadagnarmi, o mantenere, la fiducia del telespettatore. Non quella del politico che sto intervistando. Il quale tornerà, se vorrà. E se non vorrà, pazienza. Ci sono politici che non si fanno intervistare da me perché una volta ho posto loro una domanda che non è piaciuta. Pazienza. Dall’altro lato, non devo dimostrare al telespettatore che so “torchiare” l’imputato. L’Intervista non è un tribunale, ma una sede in cui la giornalista pone le domande che farebbe chi sta seguendo il programma da casa o sul suo smartphone. E se il politico non risponde? «Mai mollare l’osso». Come diceva Velma Cato.


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